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Ci sono presidenti che scelgono la ribalta. E poi ci sono presidenti che scelgono il peso delle decisioni.

Saverio Sticchi Damiani appartiene alla seconda categoria.

Non cerca microfoni, non rincorre dichiarazioni, non alimenta il rumore. In queste settimane ha lasciato parlare dirigenti e allenatore, intervenendo solo quando necessario. Una presenza silenziosa, ma costante. Una linea precisa: meno parole, più sostanza.

La sua agenda racconta meglio di qualsiasi intervista il senso del suo ruolo. La mattina era in Lega a difendere gli interessi del Lecce nei tavoli che contano. La sera era a Cagliari, in tribuna, accanto alla squadra, con la moglie Marina al suo fianco. 

È questo il tratto distintivo. La capacità di muoversi nei contesti istituzionali e, poche ore dopo, essere lì, fisicamente presente, a sostenere Di Francesco e il gruppo in un momento delicato. In un campionato dove ogni dettaglio incide sugli equilibri, quella presenza diventa un punto fermo. La società c’è.

I fatti, appunto. Come i rinnovi di Pantaleo Corvino e, immaginiamo, Stefano Trinchera, scelta di continuità e fiducia nel progetto tecnico. E, anche se meno raccontata, la volontà di consolidare ulteriormente l’area dirigenziale, nel solco di una visione chiara. Decisioni che nascono da programmazione e coerenza, non dall’emotività del risultato.

C’è poi l’immissione nel sodalizio di ingenti risorse personali per la salvaguardia del Lecce. Un sostegno diretto, concreto, che non produce alcun ritorno personale. È una scelta che rafforza il legame identitario con il club e con il territorio. È il presidente-tifoso, uno degli ultimi in senso romantico: rappresenta una squadra che sente propria, come parte della sua storia e della sua terra.

Anche la questione stadio rientra in questa logica di impegno silenzioso. Un dossier complesso, fatto di passaggi amministrativi, interlocuzioni istituzionali, ostacoli giuridici. Un terreno tecnico e delicato, lontano dalle luci della domenica, ma decisivo per il futuro del club. Anche lì il lavoro è costante, meticoloso, spesso invisibile.

A Cagliari, sugli spalti, era presente anche Rocchi, designatore arbitrale. Una presenza dal significato forte, che richiama attenzione e rigore. La direzione di gara è stata impeccabile, e in un momento in cui ogni episodio viene amplificato, la qualità arbitrale diventa un elemento centrale. Anche in questo scenario, la postura del club pesa.

Nel frattempo, fuori, il rumore non si ferma. Critiche, giudizi affrettati, analisi parziali. Ma negli ultimi due mesi la linea è stata chiara: protezione del gruppo. Difesa dell’allenatore, dei dirigenti, dei calciatori. Assorbire la pressione per evitare che entri nello spogliatoio. Non è una leadership che cerca consenso immediato. È una guida che regge l’urto, che tiene la barra dritta anche quando il mare si agita.

In un calcio dominato dall’immagine e dalle dichiarazioni rumorose, Sticchi Damiani continua a scegliere un’altra strada. Presenza, coerenza, esposizione personale. Senza proclami. Con i fatti.

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