La Turchia, il saluto militare, lo sport, la politica e l’inevitabile ipocrisia

Se c’è una cosa che odio è dovermi ergere a professorino per spiegare cose che non so spiegare, che non dovrei spiegare o non potrei spiegare. Perché alla fine, a meno che l’argomento non sia la matematica, ognuno di noi può trovare mille interpretazioni ad un argomento specifico. E tutte le argomentazioni possono essere valide o meno, ricche o meno a seconda della sensibilità di chi ascolta.

Il fatto è che ci sono cose talmente evidenti che quando sono sovrastate dall’ipocrisia mi fanno arrabbiare ancora di più e quindi vestire i panni del Professore, col rischio di ridicolizzarmi, diventa il male minore.

Il saluto militare della Nazionale turca sta facendo il giro dei quotidiani, sportivi e non, ma è soprattutto il saluto di Burak Yilmaz, candidato a diventare idolo dei leccesi, a destare stupore misto ribrezzo tra i tifosi giallorossi. Che poi è la scintilla che ha innescato i miei pensieri.

Ora, non starò qui a spiegare perché quel saluto militare non mi ha sconvolto per niente e non lo faccio per evitare che anche questo articolo diventi un approfondimento di politica estera. Anche se sono sicuro che alla fine direte che sto dalla parte di Erdogan e questo, indipendentemente dal fatto che sia vero o meno, è proprio il punto della questione: si può separare lo sport dalla politica?

La domanda non è banale ma la risposta pare scontata. No. Non è possibile. Perché dipende dall’animus dello spettatore. L’ho scritto prima: siete voi che avete voluto attribuire a questo pezzo una connotazione politica fortemente legata ad Erdogan e questo solo perché il saluto militare di Yilmaz non mi ha fatto effetto. Oppure non lo avete fatto e sarebbe la stessa cosa. Ma non è l’unica cosa che non ha scalfito la mia sensibilità di animale politico: il saluto romano di Paolo Di Canio non lo ha fatto, come non lo ha fatto il tatuaggio di Che Guevara di Miccoli, e gli orientamenti politici delle nostre curve.

La politica è ovunque e separarla dallo sport è impossibile giacché lo Sport per primo si è servito di sé come veicolo di messaggi politici. E’ solo che quando questi messaggi vanno bene, quando lo sport è portatore di contenuti ritenuti positivi dall’opinione comune, allora non c’è ribrezzo. Ma chi stabilisce se davvero lo sia? Chi stabilisce se un messaggio sia giusto o meno? Che poi non è nemmeno questo l’argomento di cui sto parlando.

Messico 1968. E’ forse uno dei messaggi politici veicolati dallo sport più significativi. I velocisti Tommie Smith e John Carlos arrivano rispettivamente primo e terzo. Sul podio alzano un pugno chiuso, avvolto in un guanto nero. Era una protesta in favore dei diritti civili dei neri. Era un messaggio politico. Quanti di voi sarebbero rimasti schifati da quel messaggio nel ’68? Forse in tanti. Era quello il contesto storico. Oggi in quanti? Nessuno.

Il punto è che queste domande sono forvianti. La domanda non è se quel gesto sia un messaggio positivo o negativo, la domanda è perché un gesto politico in un momento di sport?

E dov’è l’ipocrisia? E’ questa. Accettare le situazioni convenienti. Come può essere una lotta per i diritti civili, o Berlusconi che tiene in pugno l’Italia con 30 anni di Milan. Ma anche scegliere la sede per i Mondiali o le Olimpiadi in base ai momenti storico-politici.

Ed è esattamente la riflessione a cui siete invitati a partecipare. Con questo pezzo voglio sdoganare il gesto di Yilmaz e compagni ma non il loro messaggio politico, che sarebbe un discorso a parte. In quanti di voi coglieranno questo messaggio? Ed in quanti mischieranno, per l’ennesima volta la politica e lo sport?

 

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