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Nella vita, alcuni incontri si rivelano essere delle vere e proprie fortune, tesori intangibili incastonati nelle proprie esperienze personali, ma dal valore inestimabile. La mia amicizia con Massimo Colaci, un campione assoluto riconosciuto a livello internazionale nel mondo della pallavolo, è uno di quelli. Ho avuto l'onore e il privilegio di conoscere personalmente Massimo durante i nostri anni alle scuole superiori, quando siamo diventati compagni di banco in maniera silenziosa e quasi involontaria, per poi col tempo diventare amici, complici e legati da un profondo affetto e da una enorme stima (fortunatamente reciproca). Era - e lo è tuttora, a dire la verità - un ragazzo buono come il pane, timido e riservato, ma quando si parlava del suo primo amore - la pallavolo - i suoi occhi si illuminavano e diventava un autotreno. Quella passione per il volley lo ha trasformato in un campione planetario, rendendolo uno dei liberi più forti di sempre nella storia di questo sport e autore di salvataggi spettacolari compiuti andando spesso incontro alle leggi della fisica.

Recentemente, Massimo ha alzato al cielo la sua quarta coppa del mondo per club, conquistata con il suo Sir Safety Perugia. Avete letto bene: il mio caro amico d'infanzia, quel ragazzo mai sopra le righe e dal fare sommesso, è diventato un campione del mondo per la quarta volta in carriera. Un traguardo impressionante. Così, ho deciso di intervistarlo, non tanto per conoscerlo di più a livello personale (quello lo faccio già in privato molto spesso…), ma per far conoscere a tutti, specialmente a noi salentini e quindi suoi ‘fratelli di terra’, il suo prestigio, il suo talento, le sue passioni e il suo legame con lo sport nostrano. Un'aperta confessione che spero sia coinvolgente ed emozionante così come lo è stata per me.


Ciao Massimo! Innanzitutto, come stai? Hai smaltito la ‘sbornia’ del successo nel mondiale per club con il tuo Sir Safety Perugia? Trovo fantastico, da ex sportivo, quanto sia meraviglioso non sapersi mai abituare ai successi…
Sto benissimo! Una grande vittoria porta sempre via tutta la stanchezza dovuta ai viaggi, alle partite, al fuso orario… La sbornia é già stata smaltita. D'altronde, abbiamo già disputato un'importante gara di Champions giovedì e oggi saremo di scena a Monza. Il nostro calendario é fittissimo e non c'è tempo per i troppi festeggiamenti, anche se, come dici tu, fortunatamente non ci si abitua mai alle vittorie e sarebbe bello festeggiarle a lungo.

Hai iniziato la tua carriera nei ranghi dei Falchi di Ugento. Che esperienza è stata quella di indossare i propri colori e militare nella squadra della propria città? Cosa vuol dire vivere, sportivamente parlando, quel senso di appartenenza alla propria terra e alle proprie origini?
Ho giocato nei Falchi Ugento dai 10 ai 21 anni. E' stato un periodo importantissimo per la mia crescita sportiva e umana. Ho indossato quella maglia con orgoglio anche perché sono cresciuto con il mito dei Falchi Ugento degli anni ‘70/’80 e mi sarebbe piaciuto tantissimo riportare ai fasti di un tempo la società e la squadra, ma le condizioni economiche, tecniche e societarie erano ben diverse da quelle di molti anni prima.

Come me (tu con la pallavolo, io con la pallamano), hai dato il via alla tua carriera in una società dove l’allenatore era tuo padre. Com’è stato averlo come coach? Il mio mi spingeva sempre a fare di più e meglio, a correre e allenarmi il doppio degli altri. E’ stato lo stesso anche per te?
Assolutamente si!  Mi allenavo più degli altri ma lo facevo con estremo piacere.  Avevo già tanta voglia di arrivare ad alti livelli fin da quando ero un ragazzino.

Sei nato a Gagliano del Capo, hai vissuto ad Ugento per tutta la tua infanzia e sei a tutti gli effetti un leccese doc. Quanta della tua salentinità riesci a portare in campo e a trasmettere a te stesso e agli altri tuoi compagni nella vita sportiva di tutti i giorni? Quanto hai portato (e porti) con te, in giro per ogni sfida e nel tuo essere competitivo ai massimi livelli, di quel piccolo pezzo di casa che ti accompagna da sempre?
A me piace tanto parlare della mia terra e farla conoscere a tutti i ragazzi della squadra. Sono molto legato al Salento e appena posso torno giù. Con me in campo porto sempre i ricordi che ho legati alle difficoltá che un ragazzo del sud incontra prima di riuscire ad emergere in qualsiasi campo. Ma tutto questo mi ha sempre spinto a dare di più e mi ha fatto capire che con la determinazione e l'ambizione si può arrivare ovunque.

Quanto è importante, secondo te, il team building, ovvero il costruire un’atmosfera positiva nello spogliatoio e il fare gruppo, soprattutto nei momenti di difficoltà? Ti senti un leader sotto questo frangente oppure ti definisci più come un ‘aggregatore silenzioso’, specialmente dopo averne viste e vissute tante con i vari organici in cui hai militato?
Sento di dover sempre dare l'esempio, soprattutto ai più giovani, sia in campo sia fuori. Cerco di far capire l'importanza di ogni singolo allenamento e del lavoro quotidiano. L'argomento team building é particolare secondo me. Ho visto tanti gruppi che erano fantastici fuori dal campo non ottenere poi nessun risultato in campo. La cosa più importante secondo me é avere obiettivi comuni e fare il massimo per raggiungerli.

Il tuo palmares è davvero impressionante: quattro campionati italiani, cinque successi Coppa Italia, sei trofei in Supercoppa Italiana, ben quattro Mondiali per Club, una Champions League, più le vittorie con la nazionale, dall’argento ai Giochi Olimpici di Rio al bronzo agli Europei, dal bronzo alla World League del 2014 all’argento della Coppa del Mondo in Giappone dell’anno successivo, fino all’argento nella Grand Champions Cup del 2017, oltre a più di 100 presenze con la casacca azzurra. Un bottino fantastico. Guardandoti indietro, hai qualche rimpianto? Senti la mancanza di un trofeo particolare nella tua pur ricca bacheca?
Non ho nessun rimpianto. Non ho mai vinto l'oro con la nazionale ma ho sempre dato il massimo. Evidentemente ciò non é bastato, forse per demerito nostro o probabilmente per meriti degli avversari. In questo senso credo di avere la coscienza pulita. Dispiace ma lo sport é anche questo: accettare le sconfitte, anche dopo partite fondamentali.


Dicci la verità: cosa ha significato, per un salentino come te, ricevere l’onorificenza dell’ordine al merito della Repubblica Italiana? Rammenti le sensazioni di quel momento straordinario? E poi, hai sentito in qualche modo il ‘peso’ di aver portato una parte, seppur piccola, della tua terra al cospetto della massima carica istituzionale di questa nazione?
Semplicemente, lo ritengo un grande onore ma anche una grande responsabilità. In quel momento mi sono sentito addosso, appunto, la responsabilità di rappresentare la mia terra ma l'ho fatto con estremo orgoglio.

Un pluripremiato sportivo come te sta attraversando, probabilmente, la parte finale della sua carriera (anche se molti, me compreso, non vorrebbero vederti smettere mai). Dove e in cosa un atleta esperto - come tu sei - può ancora trovare la voglia, le motivazioni e la competitività per poter ancora affrontare prove impegnative e sforzi probanti?
Purtroppo é vero. Sono forse agli sgoccioli della mia carriera, ma dentro mi sento ancora un ragazzino.  Sto bene fisicamente ma soprattutto mentalmente e ho ancora grande voglia di mettermi in gioco. La storia delle motivazioni é spesso una scusa secondo me. Indossare una medaglia al collo, rappresentare il proprio paese, la propria terra, una squadra e una tifoseria sono tutti elementi che dovrebbero bastare per farti avere sempre quella voglia per continuare.

Passiamo al calcio. E’ vero, il tuo profondo amore – tolti gli affetti familiari, s’intende – è per la pallavolo. Ma hai mai avuto la possibilità di giocare a calcio? Alle superiori, ricordo che non eri molto attratto da quella disciplina, anche se qualche partita assieme l’abbiamo giocata. Riesci a dare qualche calcio alla palla ogni tanto, magari in un calcetto con qualche amico?
Ho sempre amato il calcio. Ho giocato da bambino ma purtroppo, crescendo, ho spesso evitato di giocare per paura di farmi male. Contemporaneamente, la pallavolo stava diventando qualcosa di importante per me e non potevo correre rischi. Anche se ad essere sincero qualche partitella in porta l'ho giocata. Il ruolo del portiere nel calcio e quello del libero nella pallavolo hanno molte cose in comune.

Hai seguito (o stai monitorando) le performance del Lecce in questa difficile Serie A? Non possiamo nascondere la tua simpatia per i colori nerazzurri dell’Inter, quindi ciò vuol dire che hai assistito almeno alla prima partita del campionato dei giallorossi (proprio Lecce-Inter)…
Sono un grande tifoso interista da sempre: poche gioie e tanti dolori e proprio per questo le gioie sono enormi (ride, ndr). Seguo comunque il Lecce quando posso e credo stia facendo, nonostante le difficoltà, un ottimo campionato. Secondo me ha tutte le qualità per raggiungere i propri obiettivi stagionali.

C’è un calciatore dell’attuale rosa del Lecce che ammiri più degli altri? E cosa pensi di Morten Hjulmand, che in un certo qual modo assume il ruolo, la posizione, le movenze e le giocate di un libero nella pallavolo?
Per quel che possa capirne io, a livello tecnico-tattico mi sembra un ottimo giocatore e di grande personalità. Ma io personalmente ammiro giocatori alla Baschirotto che hanno effettuato la scalata partendo dal basso e che, con il lavoro, sono riusciti a raggiungere grandi risultati. Mi rivedo molto in giocatori del genere.

Sei un atleta che ha fatto tutta la trafila dalle giovanili fino alle squadre senior con costanza, abnegazione ed impegno e, dopo tanta gavetta, hai toccato il tetto del mondo in uno sport come quello della pallavolo tutt’altro che semplice. Cosa senti di consigliare ad un giovane che si approccia allo sport per la prima volta? Cosa, invece, ritieni che non deve assolutamente fare per poter continuare a coltivare il sogno di essere, un giorno, un professionista nella propria disciplina?
E' sempre difficile dare dei consigli che siano giusti. Quello che mi sento di dire é di porsi obiettivi importanti, anche difficili, perché credo che questo possa fare in modo che si dia, poi, sempre il cento per cento in ogni singolo allenamento. E soprattutto di non farsi condizionare dalle difficoltà, perché in un percorso sportivo si incontreranno sempre. Evitare le scuse di circostanza, ma trovare delle soluzioni ai problemi: è questa la chiave. E consiglio sempre di rimanere con i piedi per terra, anche e soprattutto quando iniziano ad arrivare le prime gioie. Ho visto troppi ragazzi volare alto e poi perdersi per strada nonostante enormi qualità.

Hai 37 anni (lo so bene anche io, visto che siamo coetanei…) e, anagraficamente, non puoi sfuggire ad una domanda dolorosa e inevitabile: cosa farai quando ti ritirerai dall’attività sportiva? Conoscendoti profondamente, non credo proprio che potremo mai vederti dietro una scrivania o in una ‘stanza dei bottoni’. Tu sei un animale da campo e il richiamo del 9x18 per te è troppo forte. Sbaglio?
Iniziamo ad essere vecchiotti, Patrizio (ride, ndr). É la vita. Hai ragione però. Ho ancora voglia di campo ma penso al futuro. Per ora il piano B prevede di rimanere nell'ambiente. Ma preferisco non dire altro. Sto lavorando anche a questo.

Parliamo di te e della tua vita privata: una moglie, due figli, una bellissima famiglia. Quanto è difficile conciliare la professione sportiva con la vita da papà?
Sinceramente neanche tanto. É vero, capitano spesso periodi in cui a casa ci sono poco per via delle trasferte e a volte l'assenza della famiglia pesa. Ma quando posso e sono a Perugia, cerco di ‘godermela’ al massimo. La vera difficoltà l'ho avuta durante i mesi passati in ritiro quando avevo la nazionale, un'esperienza fantastica da un lato ma che mi privava tanto degli affetti più cari per periodi molto lunghi.

Ora, la tua sincera confessione: qual è il sogno nel cassetto del Massimo Colaci di oggi?
A livello sportivo, vincere ancora una Champions e uno scudetto ma soprattutto la cosa che più mi interessa é la felicità della mia famiglia. Ecco: sogno una famiglia felice.


Spesso si tira una linea, ad un certo punto della propria vita, per capire cosa si è fatto e cosa, invece, non è riuscito così bene come ci si augurava. Cosa diresti al Massimo Colaci dell’inizio di carriera? Rifaresti tutto quello che hai finora compiuto? Voglio dire, sei uno dei liberi più forti al mondo e di tutti i tempi, mica male per un ragazzo partito dal tacco d’Italia, no?
Ma infatti rifarei tutto. Non ho rimpianti. Si fanno delle scelte a volte. Ma diciamoci la verità: di cosa mi posso lamentare? Sono felicissimo per tutto quello che ho avuto nella mia vita. Non ho altro da chiedere.

Grazie di cuore, Massimo. E’ stata una bellissima chiacchierata (così come al solito quando ci sentiamo fra di noi, non avevo dubbi al riguardo). Vuoi salutare i lettori di Pianetalecce? E qual è il tuo augurio per la squadra giallorossa? Per il Lecce, il ‘suo’ mondiale sarà la salvezza. Credi, secondo te, che la possa raggiungere?
Assolutamente si. Ci credo e penso possa essere un traguardo alla portata. Grazie a te per questa chiacchierata e un caro saluto a tutti i lettori e gli amici di Pianetalecce. É sempre un grande piacere parlare con te e farlo attraverso questa ‘parentesi’ tutta salentina ancor di più!

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