Il coraggio è tutto, ma contro l'Inter resta nello spogliatoio
Di Francesco ha preparato, oppure ha trasferito ai suoi uomini una paura non condivisibile e la prestazione non è stata sufficiente, non è stata come quelle a cui il Lecce ci aveva abituati
Chiunque abbia pensato che la partita contro l’Inter fosse in discesa solo perché alcuni nerazzurri non erano disponibili vive nel calcio dei sogni, quelli che non si realizzano mai.
La capolista ha messo in campo, dall’inizio e poi anche nella ripresa, calciatori che sarebbero titolari in qualsiasi formazione di Serie A. La gara che attendeva il Lecce era difficilissima, ma non tutto ciò che era stato preparato è andato nella direzione giusta. A cominciare dal coraggio che, in certe partite, per fare risultato serve più che in altre. Probabilmente il doppio.
Anche perché, e questo campionato lo ha certificato, contro le “big” se giochi per non prenderle, le prendi nel novantanove per cento dei casi. E il Lecce il suo “uno per cento” lo aveva già incassato a Torino contro la Juventus.
I giallorossi, invece di farsi trascinare dall’entusiasmo che aveva pervaso il Via del Mare, invece di scendere in campo con la mente libera dopo due vittorie consecutive, anziché mettere pressione a un’Inter fortissima ma reduce da una sconfitta sanguinosa in Champions, hanno mostrato la versione peggiore di questa stagione: spaventata, inerme, inconcludente. Quella che speravamo fosse ormai alle spalle.
Invece il “terrore reverenziale”, che tanto aborriamo, è riemerso in tutta la sua forza. E Di Francesco, insieme a Del Rosso, questa volta sono i principali responsabili. Così come lunedì sera avevamo scritto che a Cagliari avevano concepito la gara perfetta, allo stesso modo diciamo che la preparazione di questa partita è stata deficitaria. Perché se la squadra dimostra eccessiva preoccupazione, la responsabilità è di chi prepara la gara.
Andiamo nel dettaglio. Il Lecce ha giocato con un 5-3-2, con Pierotti sulla linea dei difensori e Veiga tra i centrali, senza un uomo specifico da coprire ma con l’intenzione di creare superiorità numerica contro le due punte nerazzurre. Ramadani e Coulibaly erano davanti alla difesa; Gandelman, invece, non era a supporto di Cheddira e, pur gendo da vertice alto del centrocampo, era ben staccato dalla punta che, di fatto (al netto di un Sottil non in serata) era praticamente sola.
La conseguenza è stata l’incapacità totale di ribaltare l’azione. Inoltre, la scelta di non esercitare pressione alta, soluzione che avrebbe alzato il baricentro, e di aspettare sulla trequarti difensiva, con linee strette per impedire il fraseggio dell’Inter, ha condannato la difesa a un’apnea costante.
In sintesi: fase di non possesso appena sufficiente; fase offensiva completamente assente.
Sorprende che il duo DiFra-Del Rosso non abbia compreso che, continuando così, il gol sarebbe arrivato. E lascia interdetti che, dopo l’1-0, non sia stata immediatamente esercitata l’opzione delle sostituzioni offensive: N'Dri e Stulic sono rimasti per dieci minuti pronti a entrare, senza che venisse ordinato il cambio. Prima una rimessa laterale poteva favorire l’avvicendamento, poi un calcio d’angolo, con Di Francesco che ha fermato il team manager pronto a notificare la sostituzione. Fino al raddoppio nerazzurro.
In questi aspetti lo staff tecnico deve migliorare: quando si decide una sostituzione, si fa. La partita non aspetta e il tempo scorre inesorabile. Non è la prima volta che il Lecce subisce gol con un cambio già deciso ma non ancora effettuato per la perdita di secondi preziosi. Evidentemente le esperienze negative non hanno insegnato abbastanza.
Non abbiamo compreso la sostituzione di Gandelman con Ngom. Probabilmente quel centrocampo che stava riuscendo a contrastare gli avversari non andava toccato. Ma se si avvertiva la necessità di forze fresche, sullo 0-0 andavano sostituiti Coulibaly (stremato) e un Cheddira ormai boccheggiante, non certo Gandelman. Lo spostamento di Coulibaly più avanti, con Ngom al suo posto, ha rotto gli equilibri, consentendo all’Inter di diventare via via più pericolosa.
Attenzione: non stiamo dicendo che con scelte diverse il Lecce avrebbe vinto. Stiamo dicendo che, in certe occasioni, serve coraggio. Anche per rispetto di uno stadio festante, accorso in massa per sostenere i giallorossi.
I numeri raccontano chiaramente l’andamento della gara: circa venticinque tiri dei nerazzurri, di cui otto nello specchio della porta difesa da Falcone; appena tre conclusioni dei salentini, nessuna nello specchio.
Dati impietosi. E dispiace, perché sappiamo che un Lecce senza paura può fare molto meglio, anche contro l’Inter.




