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Lecce-Juventus: la non partita e i reali problemi dei giallorossi

Scritto da Filippo Verri  | 

Va in archivio anche Lecce-Juventus, un'altra partita in cui i giallorossi hanno concesso poco, hanno creato pochissimo e recriminano per l'episodio che ha deciso la gara.
Al Via del Mare è andato in scena un match che va di diritto tra i peggiori in assoluto visti in Serie A e a deciderlo ci ha pensato Fagioli con una magia.

Prevedibile, dato che la Juventus è in crisi di identità ma resta una squadra che vanta elementi di qualità, che se può palleggiare per larga parte dell'incontro nella metà campo avversaria ha nel proprio DNA la giocata per strappare i tre punti.

Lato Lecce, la sconfitta lascia l'amaro in bocca, non tanto per il modo in cui è arrivata ovvero attraverso il classico gol del weekend, quanto per come si è approcciato l'impegno: un film già visto.
In seguito alla vittoria con la Salernitana, l'unico e reale lampo di luce sono stati i primi 45 minuti contro la Fiorentina, quando la squadra ha trovato la rete con Ceesay ed è andata negli spogliatoi persino rammaricata per il risicato vantaggio.

Isolato questo parziale di gara, il Lecce è irriconoscibile.
L'avversario può essere la Cremonese, la Roma, il Bologna o la Juventus: i giallorossi sin dal primo minuto saranno rannicchiati come degli agnellini nella propria metà campo fino a quando non ci sarà l'episodio a condannarli.
Può essere un intervento maldestro in area, un errore arbitrale, una prodezza avversaria (tutti episodi che succedono nel calcio), tanto sta che i salentini il gol lo prendono sempre e hanno un approccio per il quale è un miraggio arrivare alla porta avversaria.

Per centrare la questione facciamo un passo indietro e affacciamoci in casa dei nostri recenti avversari, che al Via del Mare hanno avuto il privilegio di gestire il gioco, un paradosso per la Juventus di Allegri.
I bianconeri seguendo la "teoria del corto muso” puntano a fare un gol in più dell'avversario, creando un fortino in difesa per poi sperare di sfruttare l'episodio. Lo hanno fatto contro il Torino e lo hanno replicato col Lecce, tuttavia l'altra faccia della medaglia mostra una formazione che, nonostante un organico pazzesco, fa grande fatica in Serie A a costruire gioco, perchè si posiziona talmente distante dalla porta avversaria che le occasioni create si contano sulle dita di una mano.
In tutto ciò, nel mirino alle volte ci finisce Dusan Vlahovic (l'attaccante che nella Fiorentina 10 mesi fa segnava un gol a partita) e Allegri ha più volte cambiato modulo, schierandosi sia a 3 che a 4 dietro, senza risolvere i problemi noti.

Torniamo in casa giallorossa.
Il Lecce è cambiato, non è più la squadra che si mangia le mani per un tiro alto a Reggio Emilia, per una mano in area col Monza o per un super Handanovic: non è pericoloso.
Sembrano lontani anni luce i tempi in cui Inter e Napoli venivano aggredite in modo organizzato per poi pagare dazio dal 70esimo in poi, quando la stanchezza si fa sentire ed il baricentro scende inevitabilmente.
La formazione di Baroni oggi difende sin dal primo minuto terribilmente bassa, concedendo il pallino del gioco persino alla Cremonese al Via del Mare. Troppo brutto per essere vero, perchè prima della pausa nazionali il Lecce non era così e contro la Fiorentina un mezzo moto d'orgoglio c'è stato.

La partita contro la Roma stava andando nella stessa direzione di Bologna perchè l'approccio è stato il medesimo e l'espulsione di Hjulmand paradossalmente è stata un bene, in quanto la scarica di rabbia del momento ha fatto intravedere la foga di una squadra giovane che in Serie A non si vuole piegare a nessuno.
Il motivo dell'analisi precedente sulla Juventus è proprio questo: il Lecce sta prendendo la stessa piega dei bianconeri.
Gioca esclusivamente in difesa, sta a 70 metri dalla porta degli avversari e se recupera palla deve spaccarsi il campo per metterli in apprensione.

Se l'atteggiamento è questo, criticare il modulo e il singolo diventa superfluo.
Il 4-3-3 non va bene? A dire il vero nel pratico è un 4-5-1, ieri nello specifico 4-4-1-1 col povero Gonzalez nel traffico. Una eventuale difesa a 3 con questa attitudine diventerebbe 5-4-1: non cambierebbe assolutamente nulla. La formazione resterebbe rannicchiata in una zona pericolosa del campo senza riuscire a venirne fuori, fino a quando un prevedibile episodio (che poi diventa un alibi) decide la gara.

La prima punta si può chiamare Vlahovic o Ceesay: è con le mani legate.
Chi rimpiange Coda probabilmente vive in un universo parallelo perchè il capocannoniere della Serie B era il terminale offensivo di un undici che a fine incontro aveva bisogno di dieci mani per contare gli ingressi in area di rigore. Qualsiasi centravanti in questo Lecce farebbe fatica.

Salerno è stato un crocevia.
Il Lecce prima della Salernitana era una formazione dalla difesa bassa ma organizzata ed aggressiva, che valorizzava i singoli; da ricordare gli elogi a Baschirotto, Pongracic e Hjulmand che marcando uomo a uomo si divoravano gli avversari.

Il Lecce recente è un piacere da affrontare per ogni partecipante alla Serie A perchè scende in campo per essere dominato e così facendo appiattisce i singoli.
È facile gridare al bluff contro il 2001 Banda quando nello stesso arco di incontri anche Hjulmand che conosciamo benissimo è una controfigura. Nessuno ha possibilità di esprimersi poiché deve pensare a leggere la diagonale difensiva o la linea di passaggio e quando alza la testa vede 70 metri di vuoto.

Ultimo punto, si demoralizza l'ambiente.
La Serie A è un regalo per questa città: non è dovuta, è stata conquistata.
Ci sono 20mila abbonati e migliaia di tifosi in trasferta che seguono il Lecce con l'auspicio di sognare: vogliono vedere l'underdog che va in qualsiasi campo a dimostrare che i pronostici possono essere ribaltati, non la vittima sacrificale che spera in una improbabile serie di congiunzioni astrali. 

Il Lecce, insomma, deve ritrovarsi.