La sterilità offensiva del Lecce spiegata con i numeri
Un sistema che protegge la squadra ma non accompagna l’attaccante: perché i numeri spiegano l’isolamento cronico della punta
Dire che Nikola Štulić non segni perché “non è all’altezza”, o che Francesco Camarda sia troppo giovane per farlo, resta una lettura superficiale. I dati di squadra, messi a confronto con il contesto della Serie A, raccontano una storia molto più chiara: il problema non è l’attaccante, ma il contesto strutturale in cui è inserito. Un contesto fortemente orientato alla sopravvivenza difensiva, che limita drasticamente la possibilità di produrre calcio offensivo continuativo.
Adesso cercheremo di capire attraverso i numeri, perché gli attaccanti giallorossi sono destinati a segnare poco.
- Lecce, la tenuta difensiva è di altissimo livello
- Gli attaccanti del Lecce, Stulic e Camarda, sono da Lecce?
- L'apporto di Nikola Štulić
- La soluzione tattica adottata da Di Francesco
- L'apporto di Francesco Camarda
- La fase offensiva del Lecce non è “un ambiente stabile”
- L'apporto offensivo dei 3 trequartisti dietro la punta
- Lecce: cosa aspettarsi dal calciomercato di Gennaio
Lecce, la tenuta difensiva è di altissimo livello
Il Lecce 2025-2026 è una squadra che difende tanto e difende bene. Concede poche Goal-Creating Actions agli avversari (solo 1,24 per 90’, in Serie A andiamo oltre 1,7), limitando le occasioni pulite e riducendo al minimo le imbucate centrali. A questo si aggiunge un volume molto alto di azioni difensive: contrasti, blocchi e spazzate sono sopra la media (490 contro la media Serie A di circa 380). È una difesa organizzata, concreta, che passa molto tempo nella propria metà campo e coinvolge molti uomini dietro la linea del pallone.

Questa solidità ha però un prezzo preciso, misurabile.
Il Lecce, secondo i dati di FBref, ha uno dei possessi medi più bassi del campionato (44,2% contro circa il 50% della Serie A. Solo Parma, Pisa e Verona fanno peggio). Ma il dato davvero rilevante non è solo quanto possesso ha, bensì dove lo esercita. I tocchi totali sono pochi (8.487, Serie A: oltre 9.800) e fortemente concentrati nel terzo difensivo e centrale. I tocchi nel terzo offensivo sono molto inferiori rispetto alla media (2.012, Serie A: oltre 2.400). Questo significa che il Lecce arriva poco negli ultimi 30 metri e ci resta pochissimo.
Il quadro diventa ancora più chiaro guardando alla creazione del vantaggio individuale. Il Lecce tenta 268 dribbling, ma ne riesce solo 89, con una percentuale di successo del 33,2% (Serie A: circa 41%). Anche la distanza totale palla al piede è bassa (20.768 metri, Serie A: oltre 27.000). Tradotto:
– il Lecce salta meno l’uomo
– rompe meno le linee in conduzione
– concede sempre tempo alla difesa avversaria di ricompattarsi
In questo contesto, anche quando la squadra recupera palla un po’ più alta, non riesce a trasformare il recupero in occasione. Dentro questa struttura vive Štulić. E vive Camarda.
Gli attaccanti del Lecce, Stulic e Camarda, sono da Lecce?
L'apporto di Nikola Štulić

Il suo profilo è coerente con una squadra difensiva. I dati individuali lo mostrano come un attaccante molto coinvolto senza palla: contrasti alti per ruolo (78° percentile, in Serie A le punte viaggiano sotto il 50°), blocchi frequenti, duelli aerei vinti (80° percentile). È funzionale al sistema, aiuta la squadra a restare compatta, lavora come primo difensore avanzato.
Offensivamente, però, i numeri sono bassi: pochi tiri, pochi tocchi in area (3,27 per 90’, Serie A punte: oltre 6), xG ridotto (0,16, Serie A: circa 0,35). Non perché manchi l’impegno, ma perché manca il contesto. Štulić non è un attaccante autosufficiente, non è uno che si crea il gol da solo. Ha bisogno di volume, di territorialità, di palloni giocabili.
La soluzione tattica adottata da Di Francesco
Per provare ad aiutarlo, Di Francesco ha introdotto una modifica significativa: il passaggio dal centrocampo a tre in linea a un triangolo con vertice alto. L’idea è corretta: accorciare la squadra senza palla, migliorare la prima pressione, togliere alla punta il peso di essere l’unica a uscire. In fase di non possesso i benefici sono evidenti: il Lecce recupera palla qualche metro più avanti (recuperi medi più alti rispetto alla prima fase di stagione).
Il problema è che questa soluzione funziona più senza palla che con il pallone. Il vertice alto incide nella pressione, ma poco nella costruzione offensiva. I suoi tocchi tra le linee restano pochi, il dialogo con la punta discontinuo, l’accompagnamento tardivo. Così, anche con un uomo in più sulla carta, Štulić resta isolato nei fatti.
L'apporto di Francesco Camarda

Il confronto con Camarda chiarisce ulteriormente il quadro. Camarda è più pulito tecnicamente e più associativo (pass accuracy 71,6% mentre in Serie A siamo sul ~65), ma molto meno compatibile con una squadra che difende tanto e accompagna poco. Non regge l’isolamento, non domina i duelli, non tiene la squadra alta. In un Lecce così, soffre persino più di Štulić se utilizzato come punta unica. Può essere un complemento, non una soluzione.
La fase offensiva del Lecce non è “un ambiente stabile”
I dati su possesso, tocchi e dribbling portano quindi a una conclusione netta: il Lecce non crea un ambiente offensivo stabile. La punta vive di eventi rari, non di flussi continui. Palle inattive, errori avversari, episodi. In queste condizioni, solo un attaccante capace di creare vantaggi da solo potrebbe produrre numeri diversi. Era il caso di Nikola Krstovic lo scorso anno.

La conclusione è scomoda ma inevitabile. Il Lecce non ha un problema di punta. Ha un problema di territorialità offensiva. Difende da squadra di Serie A, ma attacca da squadra di sopravvivenza. Finché non riuscirà a spostare il baricentro anche solo di pochi metri più avanti, ad aumentare i tocchi negli ultimi 30 metri (Serie A: +20%) e a creare qualche vantaggio individuale in più (dribbling riusciti Serie A: +8%), nessuna punta “normale” potrà avere numeri normali.
Štulić non segna poco perché non lavora. Segna poco perché il Lecce, oggi, non mette nessuno nelle condizioni di segnare.
L'apporto offensivo dei 3 trequartisti dietro la punta
C’è quindi un ultimo tassello che completa definitivamente il quadro e spiega perché, anche cambiando interpreti dietro la punta, il problema resti sostanzialmente invariato.
Nel 4-2-3-1 del Lecce, i tre alle spalle dell’attaccante non funzionano come un reparto offensivo, ma come una somma di soluzioni parziali. Ognuno porta qualcosa, ma nessuno – tranne Berisha a tratti – porta quello di cui la punta ha realmente bisogno: occasioni pulite e ripetibili.

Pierotti, Banda e Kaba abbassano il baricentro e aiutano la squadra a reggere (tutti con numeri difensivi sopra la media Serie A), ma producono pochissimo in termini di xAG e SCA (quasi tutti sotto i riferimenti del campionato). Morente e N’Dri accompagnano la manovra e creano volume o vantaggio territoriale, ma senza trasformarlo in assist o passaggi decisivi (xAG sistematicamente inferiore alla media Serie A). Sottil, l’unico con numeri da rifinitore vero (xAG superiore alla media), è anche quello meno compatibile con un Lecce che vive di equilibrio e copertura preventiva.
Il risultato è che la punta si trova costantemente al termine di azioni incomplete: arriva il pallone, ma non arriva l’uomo; arriva il vantaggio, ma non arriva il passaggio giusto; arriva la giocata, ma non la continuità. Non è un problema di qualità individuale dei singoli, ma di profilo collettivo: i tre dietro la punta, messi insieme, producono meno assist, meno occasioni e meno presenza offensiva rispetto allo standard della Serie A. Finché questo reparto resterà costruito più per sostenere la fase difensiva che per alimentare quella offensiva, l’attaccante continuerà a essere il terminale più esposto e meno servito del sistema. E il gol, inevitabilmente, resterà un evento raro invece che una conseguenza del gioco.
Lecce: cosa aspettarsi dal calciomercato di Gennaio
La coperta, come abbiamo visto, è corta. Il Lecce può cambiare l'ecosistema attorno alla punta, scegliendo calciatori più funzionali alle caratteristiche delle punte, oppure sostituire le punte con calciatori dalle caratteristiche simili a quelle di Krstovic.
La cosa migliore da fare è la prima, anche in considerazione della spesa fatta per Štulić e per il rendimento che stanno avendo alcuni attaccanti esterni. Considerando l'apporto di Banda, Pierotti e Sottil come utile all'economia di gioco, si potrebbero rivedere le posizioni di Tete Morente e N'Dri. Il primo chiuso a sinistra dal ritorno di Banda e dall'ex viola, il secondo mai veramente preso in considerazione dai vari tecnici che si sono insediati sulla panchina giallorossa (Giampaolo e Di Francesco).

Idealmente, con la cessione di Tete Morente e N'Dri si aprirebbe alla possibilità di introdurre due esterni con caratteristiche differenti, capaci di legare il gioco e rifornire le punte con maggiore costanza, soprattutto in area di rigore dove effettivamente i giallorossi sono mancati.
Sarà davvero così? Non riusciamo a prevederlo, ma di sicuro, la prossima volta che ci capiterà di giudicare la prestazione delle punte del Lecce, pensiamo a quello che la squadra riesce a produrre per loro.





