Adesso il Lecce ha anche un modello a cui ispirarsi: è il Getafe
La squadra di Di Francesco sembra voler abbracciare il calcio dell’episodio, ma contro il Verona riesce perfino a fare una versione incompleta del capolavoro: 12 tiri contro 6, 7 conclusioni in area contro 3, eppure i tiri in porta sono meno
C’è un calcio brutto, sporco, cinico, quasi irritante, ma almeno coerente. E poi c’è il Lecce di questo periodo, che prova a flirtare con quella filosofia senza avere nemmeno la cortesia di portarne a casa i vantaggi. Da qui nasce il paragone ironico con il Getafe, capace contro la Real Sociedad di vincere senza tirare in porta, grazie a un’autorete e a una fede incrollabile nell’episodio. Un piccolo capolavoro dell’anti-spettacolo. Una provocazione diventata risultato.
Il Lecce, invece, sembra volersi ispirare a quel manifesto, ma con una variante tutta sua: fare volume offensivo senza riuscire a trasformarlo in pericolo vero. Ed è qui che Verona-Lecce completa perfettamente il discorso.
I numeri, infatti, sono quello che sono. Il Lecce ha chiuso con 12 tiri contro i 6 del Verona. Dentro l’area ha concluso 7 volte contro le 3 degli avversari. Tradotto: ci è arrivato, almeno statisticamente. Ha anche costruito più situazioni grezze da tiro. Solo che poi arriva il dettaglio che rovina il quadro idilliaco: i tiri in porta sono stati 2 per il Lecce e 3 per il Verona.
E allora il paradosso è servito. Il Lecce tira il doppio, entra più volte in area, ma centra meno lo specchio. È questo il punto che rende il riferimento al Getafe ancora più beffardo. Gli spagnoli, nella loro partita “perfetta”, almeno avevano scelto una strada precisa: non produco, non mi vergogno, aspetto il regalo e me ne vado con i tre punti. Il Lecce no. Il Lecce produce abbastanza per illudersi, ma non abbastanza bene per fare male. È una squadra che arriva alla soglia del pericolo e poi si ferma lì, come se il tiro vero, quello che costringe il portiere a lavorare, fosse un eccesso di zelo.
E infatti il dato sui 7 tiri in area è persino più impietoso di quello sui 12 tiri totali. Perché se arrivi così tante volte in una zona favorevole e ne ricavi appena 2 conclusioni nello specchio, il problema non è più solo la costruzione. È la scelta, l’esecuzione, la cattiveria, la lucidità. In una parola: il talento offensivo, o almeno la sua applicazione pratica.
Di Francesco, in questa chiave, sembra aver trovato una sua nicchia teorica: un calcio che non vuole esporsi troppo, che vive spesso di partite tenute aperte, che spera in un episodio favorevole ma senza avere la spudoratezza feroce di chi costruisce consapevolmente un piano del genere. Il Getafe lo fa con disciplina e cinismo. Il Lecce lo fa con l’aria di chi vorrebbe anche essere offensivo, ma poi si dimentica l’ultimo passaggio del ragionamento: tirare bene.
Così Verona-Lecce diventa quasi la caricatura perfetta di questa tendenza. I giallorossi fanno più tiri, più tiri in area, più presenza offensiva apparente. Ma il Verona, con la metà delle conclusioni, trova più volte la porta. E qui il sarcasmo smette quasi di essere un esercizio stilistico e diventa cronaca.
Perché il Lecce non è una squadra che non arriva mai al tiro. Sarebbe quasi più rassicurante. Il Lecce è una squadra che arriva al tiro abbastanza da poter dire di aver fatto qualcosa, ma non abbastanza bene da farne davvero una minaccia. È una forma sofisticata di impotenza offensiva: non il nulla assoluto, ma un quasi continuo. Un cantiere aperto che produce rumore, ma non appartamenti.
Alla fine, dunque, il “modello Getafe” può restare un’ironia utile, ma va corretto. Il Getafe, nel suo piccolo laboratorio di sopravvivenza calcistica, il risultato lo porta a casa. Il Lecce, invece, ne propone una versione incompiuta e quasi artistica nella sua inutilità: tira più degli altri, entra più in area degli altri, ma centra meno la porta degli altri.
È il calcio dell’equivoco. Quello in cui i numeri sembrano dirti che ci sei, ma la partita ti spiega che non sei mai davvero arrivato.




