Un punto che fa bene solo alla classifica. Il Lecce si sveglia tardi
Al Bentegodi i giallorossi regalano il primo tempo al Verona, si accendono solo nella ripresa e vengono perfino graziati nel finale: troppo poco per una squadra che aveva il dovere di imporsi
Ci sono pareggi che muovono la classifica e pareggi che spostano soltanto l’orario della prossima delusione. Quello del Bentegodi appartiene decisamente alla seconda categoria. Gli scaligeri infatti rimandano di una giornata la matematica retrocessione mentre il Lecce esce dallo stadio con un pari che, letto freddamente, tiene ancora aperto tutto. Ma basta guardare la partita per capire che il problema, ancora una volta, non è il punteggio.
Perché il Lecce, nel primo tempo, non ha giocato una partita salvezza. L’ha più che altro subita, osservata, accompagnata con l’educazione di chi non vuole disturbare troppo. Se l’idea era andare a Verona con la bava alla bocca, qualcuno deve aver dimenticato di comunicarlo ai giocatori. O peggio, di prepararlo. Il Verona ha aggredito, ha sporcato gli appoggi, ha portato il Lecce a sbagliare quasi tutto quello che si poteva sbagliare in uscita. E la prima vera grande occasione, infatti, è stata dei padroni di casa, con Falcone costretto a fare il portiere sul serio e non il semplice spettatore privilegiato.
Il Lecce, invece, ha scelto di saltare il centrocampo con i lanci dei centrali verso la punta, come se il piano partita fosse uscito fuori ai dadi. Il problema è che, se decidi di uscire così, poi devi avere almeno un riferimento offensivo capace di reggere l’urto. E Stulic, nel primo tempo, non lo è stato quasi mai. Pochi palloni giocati bene, tanti appoggi sbagliati, nessuna vera tenuta nei duelli. Il Lecce cercava una boa e ha trovato il mare aperto.

Anche la pressione offensiva è sembrata organizzata con lo stesso rigore di una tombolata di Ferragosto. Gandelman ha passato il primo tempo ad allargare le braccia perché, quando il Verona costruiva da dietro, nessuno andava davvero a sporcare la prima impostazione. Finiva per alzarsi lui, mentre Stulic restava fermo se il portatore di palla non gli capitava esattamente davanti. Una pressione creativa.
E poi Banda. Schierato dal primo minuto, ma mai davvero portato dentro una partita che chiedeva ampiezza, gamba e coraggio. Nel primo tempo non è mai andato sul fondo: ha preferito rientrare, cercare il tiro, richiudere l’azione dentro il traffico. Tutto legittimo, se attorno hai una squadra che sa occupare l’area e muoversi senza palla. Il Lecce, invece, aveva il solito problema: tanti metri da fare, poche idee per farli bene.
La fotografia del primo tempo è tutta lì: non si è vista una squadra che voleva prendersi a tutti i costi punti al Bentegodi. Non si è vista la furia, non si è vista l’urgenza, non si è vista nemmeno quella sana rozzezza agonistica che in certe partite almeno ti tiene in piedi. Si è vista piuttosto una squadra piatta, confusa, molle. E questa, più che una colpa dei singoli, è una responsabilità che sale dritta in panchina.
Nella ripresa il Lecce è cresciuto, questo sì. Ha avuto più pallone, più campo, più presenza offensiva. Ha tirato di più, è entrato con maggiore continuità nella trequarti avversaria, ha dato finalmente la sensazione di voler giocare la partita invece di vedere gli altri giocare. Ma anche qui conviene non farsi ingannare dal volume. Perché una cosa è attaccare di più, un’altra è sapere davvero come far male. Il Lecce ha prodotto soprattutto quantità, non qualità. Più possesso, più presenza, ma pochissima lucidità vera sotto porta.
L’unica azione davvero degna di nota nasce ancora una volta da N’Dri, che conferma di essere uno dei pochi in grado di creare uno squilibrio vero. E per questo deve giocare il meno possibile, non sia mai che in campo si possa vedere qualcosa di diverso. Da una sua giocata arriva la chance che Camarda per poco non trasforma in gol. Ed è quasi simbolico che il lampo più interessante arrivi proprio da chi, troppo spesso, viene trattato come una comparsa.

Camarda, poi, ha dato la sensazione di poter essere qualcosa di diverso. Non una soluzione definitiva, ma almeno un corpo vivo dentro un attacco spesso imbalsamato. Ed è qui che torna l’altra perla della gestione Di Francesco: il doppio attaccante arriva solo nei cinque minuti di recupero, con Coulibaly stanchissimo spostato a sinistra, e una sostituzione ancora da effetture, quando ormai il tempo per incidere è quello che resta tra un rinvio e una rimessa laterale. Bene l'idea, male la tempistica per l'esecuzione.
E poi il finale, quasi beffardo. Il Verona trova anche il gol, annullato per fallo su Falcone. Ed è lì che il Lecce capisce di essere stato graziato. Perché il punto, alla fine, non arriva come premio a una partita matura o ben gestita. Arriva come una concessione. Come uno sconto. Come il sollievo per essere usciti indenni da una gara impostata male e corretta solo in ritardo.
La sensazione è che il Lecce abbia affrontato la partita sperando più nell’episodio che nella propria costruzione offensiva. Quasi che il gol potesse arrivare per sbaglio, magari da un rimpallo, una deviazione, un autogol. Perché quando una squadra continua a creare così poco, viene il dubbio che il problema non sia più solo esecutivo. Diventa culturale. Di idea. Di preparazione.
E allora sì, questo è un punto. Ma è anche l’ennesima partita che racconta un Lecce senza un piano limpido, senza un’identità offensiva riconoscibile, senza la capacità di presentarsi a uno snodo salvezza con la faccia di chi vuole imporre qualcosa. Di Francesco, anche stavolta, l’ha preparata male. Almeno agli occhi di chi la guarda al di fuori del suo staff. Poi la squadra l’ha rimessa in piedi un po’ con l’orgoglio, un po’ con l’inerzia, un po’ con il fatto che il Verona si è abbassato. Ma non basta. Oppure si. Al momento si.
Per salvarsi serve una squadra che sappia cosa fare. Il Lecce, troppo spesso, sembra ancora aspettare che qualcuno glielo spieghi.

