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A chi serve il tiki taka?

Scritto da Pierpaolo Verri  | 
Foto Giulio Paliaga

Il Lecce ha schiantato 0-3 il Crotone e spazzato via 3-0 il Monza totalizzando rispettivamente il 38% e il 41% di possesso palla in ciascuna partita. Period.

A chi serve allora il tiki taka? Certamente non ai giallorossi. Il tecnico Marco Baroni pratica un calcio efficace, senza fronzoli, funzionale alle caratteristiche degli uomini a sua disposizione. Vuole che i suoi giocatori non aspettino di ricevere il pallone sui piedi ma che, al contrario, ricerchino la ricezione in avanti, nello spazio. Un calcio poco orizzontale, finalizzato, di contro, alla perenne ricerca della verticalità. Ed è anche per questo motivo che i salentini hanno saputo esaltarsi nelle sfide contro Crotone, Cittadella e Monza, totalizzando nove punti in un trittico che alla vigilia sembrava più che proibitivo. Davanti ad avversari che tendono a scoprirsi, concedendo campo alle ripartenze, il Lecce ha dimostrato di poter essere letale. Merito certamente della velocità e dell’estro delle due ali, Gabriel Strefezza e Francesco Di Mariano, due dei migliori esterni del campionato cadetto, che dalla loro faretra hanno la capacità di tirare fuori colpi da categoria superiore. Merito anche di un centrocampo basato su due concetti chiave: la fisicità e la rapidità di pensiero. Il Lecce di quest’anno in mediana ha messo muscoli e dinamismo, elementi imprescindibili nel calcio di Baroni. A questo si aggiungono le geometrie e i piedi buoni di Morten Hjulmand, il diamante che davanti alla difesa si atteggia, a ragion dovuta, da padrone del centrocampo. 

Non serve un dominio totale del gioco allora, almeno dal punto di vista del possesso della sfera, per sapersi imporre sull’avversario in maniera brillante. Una narrazione mistificata del calcio, soprattutto in tempi recenti, ha fatto passare il concetto che il bel calcio va ricercato necessariamente col fraseggio, rinnegando le palle lunghe, aspirando a raggiungere percentuali bulgare di possesso della sfera. Ma non è così. In primis perché il bel calcio non esiste. E poi chi l’ha detto che un calcio efficace e pragmatico, fatto di attenta difesa e ficcanti contropiedi, pane e salame per dirla con una celebre espressione, non possa essere altrettanto gradevole per il tifoso/spettatore? All’utopia del bel gioco, la realtà dei fatti risponde con una sola distinzione: quella fra le squadre che vincono e le squadre che perdono. E il Lecce è una squadra che vince e si diverte. Lo fa esaltando alcuni principi di gioco imprescindibili nel calcio moderno: l’accortezza nel mantenimento delle distanze fra gli uomini e i reparti e la ricerca dell’intensità. Una squadra – qualunque squadra – se ben messa in campo e capace di imprimere intensità al gioco in entrambe le fasi, può mettere in difficoltà e sconfiggere il proprio avversario anche se quest’ultimo sia sulla carta più dotato tecnicamente. La grande chiave di volta della stagione del Lecce, allora, può essere proprio questa. Se alla qualità, a tratti straripante, soprattutto nel reparto offensivo, della rosa, i giallorossi riusciranno ad abbinare un gioco efficace, verticale e fondato sull’intensità, dando continuità a quanto fatto nell’ultimo scorcio di campionato, potranno di certo ambire a un posto nei piani nobili della graduatoria cadetta.