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La Lazio di Gennaro Gattuso ha 25 punti dopo nove giornate. Un anno fa, allo stesso punto del campionato, quella allenata da Maurizio Sarri ne aveva 12. Tredici punti di differenza in appena nove partite.

È ancora presto per capire dove possa arrivare questa Lazio, ma il cambio di passo è evidente. La squadra di Gattuso ha vinto otto partite e ne ha pareggiata una, segnando 22 gol e subendone sette. Quella di Sarri, dopo nove giornate del 2025/26, aveva invece tre vittorie, tre pareggi e tre sconfitte, con 11 reti realizzate e sette incassate.

La stagione si sarebbe poi chiusa con un nono posto, 54 punti, 41 gol segnati e 40 subiti.

Sarri e quella vecchia storia della “cilindrata mentale”

“Cilindrata mentale” è un’espressione che Maurizio Sarri ha utilizzato più volte nel corso della sua carriera, e anche durante la sua esperienza alla Lazio. Con quella formula il tecnico ha spesso descritto la capacità di una squadra di restare dentro la partita, mantenendo concentrazione, intensità e lucidità anche nei momenti più difficili.

Dopo una gara contro l’Inter, nel 2023, parlò di una Lazio diventata “arrendevole” nella fase decisiva e mise l’accento proprio sulla differenza di cilindrata, mentale oltre che fisica, rispetto a determinate avversarie. In altre occasioni aveva riconosciuto la difficoltà della sua squadra nel tenere lo stesso livello di attenzione per tutti i novanta minuti.

Naturalmente non si può ridurre la stagione 2025/26 a un problema psicologico. Sarri ha lavorato in un contesto complicato, con una rosa cambiata, un rendimento offensivo modesto e una squadra che ha chiuso il campionato con i migliori marcatori fermi a cinque reti.

Eppure quella vecchia espressione oggi torna utile, perché Gattuso sembra essere riuscito a costruire proprio su quel terreno una parte importante della nuova Lazio.

Gattuso e una squadra che resta dentro le partite

Gattuso parla spesso di mentalità. Dopo la vittoria di Udine ha spiegato che il modulo conta relativamente, se poi una squadra non sa interpretare la partita e non sa soffrire.

Dopo il successo contro il Parma è stato ancora più chiaro: «Questa squadra ha mentalità per come gioca, per come lavora, per come interpreta la partita». E poi un’altra frase, forse ancora più significativa: «Non usciamo dalla gara».

Oggi la Lazio è questa. Può soffrire, può abbassarsi, può attraversare un momento difficile, ma raramente dà l’impressione di smettere di giocare la partita. A Torino contro la Juventus ha vinto 3-0. A Sassuolo ne ha segnati sei. Contro il Milan, sotto di due reti, è riuscita a risalire fino al 2-2.

Il filo conduttore sembra essere questo: la Lazio di Gattuso continua a pensare di poter cambiare la partita anche quando la partita si mette male.

Ma non è la stessa Lazio. E in estate non sembrava migliore

C’è però un altro aspetto che rende ancora più interessante il lavoro di Gattuso. La Lazio è cambiata parecchio rispetto a quella allenata da Sarri, ma durante l’estate il giudizio dell’ambiente non era affatto quello di una squadra diventata più forte. Anzi.

La contestazione dei tifosi nei confronti della società era durissima. Una parte consistente del pubblico aveva scelto persino di non rinnovare l’abbonamento, in aperto contrasto con la gestione del club. E alla protesta societaria si accompagnava inevitabilmente anche il giudizio sul mercato e sulla squadra che stava nascendo.

Perché nel frattempo erano andati via giocatori importanti: Ivan Provedel, Mario Gila, Alessio Romagnoli, Pedro e Boulaye Dia. Al loro posto erano arrivati o rientrati Mandas, Doekhi, Sutalo, Diogo Leite, Pedraza, Frattesi, Pinamonti, Gudmundsson e Floriani Mussolini.

La difesa, in particolare, era stata praticamente ridisegnata. Provedel aveva lasciato spazio a Mandas. Gila e Romagnoli non c'erano più. Al centro erano arrivati Sutalo, Doekhi e Diogo Leite. A centrocampo il nome più importante era quello di Davide Frattesi, mentre davanti erano arrivati Pinamonti e Gudmundsson. Sulla carta c'erano nuovi giocatori interessanti, ma non esisteva affatto la percezione di una Lazio improvvisamente diventata superiore a quella dell'anno precedente.

E anche tra quelli rimasti c'erano calciatori reduci da stagioni tutt'altro che esaltanti. Noslin è probabilmente l'esempio più evidente. Nel 2025/26 aveva giocato 29 partite di campionato, ma per appena 1.306 minuti complessivi, segnando quattro gol e servendo due assist. Numeri molto lontani da quelli di un attaccante considerato decisivo.

Eppure oggi anche alcuni giocatori che un anno fa sembravano marginali o incapaci di incidere con continuità hanno assunto un peso diverso. Zaccagni e Isaksen erano già lì. Così come Nuno Tavares, Taylor, Belahyane, Dele-Bashiru, Cataldi e Provstgaard.

Gattuso ha ricevuto nuovi giocatori, certamente. Ma non ha semplicemente beneficiato di una rosa costruita meglio e più forte. Ha preso in mano una Lazio che arrivava da un nono posto, da una stagione deludente e da un'estate nella quale una parte consistente della tifoseria vedeva il futuro con enorme diffidenza.

Il 3-0 sul campo della Juventus, per esempio, è arrivato con Mandas in porta, Floriani, Sutalo, Provstgaard e Nuno Tavares dietro; Frattesi, Belahyane e Taylor in mezzo; Isaksen, Noslin e Zaccagni davanti.

Quindi sì, il mercato ha cambiato la Lazio, ma Gattuso ha soprattutto cambiato il rendimento e la percezione di una squadra che, soltanto pochi mesi prima, molti tifosi consideravano addirittura indebolita.

Ora entra in gioco il Lecce

Il paragone con il Lecce, ovviamente, non può riguardare gli obiettivi. La Lazio parte per stare nella parte alta della Serie A. Il Lecce parte per salvarsi. Il punto è un altro: che atteggiamento hai quando affronti una squadra che, sulla carta, è più forte di te?

Perché guardando il Lecce dalla scorsa stagione a oggi emerge una sensazione piuttosto chiara: contro le squadre più attrezzate, troppo spesso, i giallorossi sembrano partire soprattutto con l’idea di non prenderle. Prima coprirsi. Prima limitare gli spazi. Prima abbassare il rischio. Poi, eventualmente, provare a capire cosa concede la partita.

Contro Inter, Juventus o Milan è anche comprensibile. Il problema nasce quando questa prudenza diventa quasi un modo automatico di affrontare certe gare. Perché a quel punto si rischia di togliersi da soli la possibilità di sorprendere l’avversario.

E i numeri, da questo punto di vista, pesano. Prendiamo Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio e Como. Ma potremmo aggiungerci Atalanta, Bologna, Udinese, Torino, Fiorentina.

Nello scorso campionato il Lecce ha affrontato queste sei squadre dodici volte: zero vittorie, due pareggi e dieci sconfitte. Gli unici punti sono arrivati con l’1-1 sul campo della Juventus e con lo 0-0 interno contro la Lazio. Contro Milan, Inter, Roma e Como sono arrivate soltanto sconfitte.

Due punti sui 36 disponibili.

Quest’anno sono già arrivati altri tre confronti dello stesso tipo:

  • Roma al Via del Mare: 0-4.
  • Milan a San Siro: 3-0.
  • Juventus al Via del Mare: 0-2.

Altri zero punti.

Il totale dalla scorsa stagione diventa quindi: 15 partite, 0 vittorie, 2 pareggi e 13 sconfitte. Due punti conquistati su 45. E poi due gol segnati e 28 subiti.

Il paradosso nelle parole di Di Francesco

Alla vigilia di Frosinone-Lecce, Eusebio Di Francesco aveva spiegato cosa gli piacesse della squadra di Massimiliano Alvini.

«Mi piacciono le squadre che hanno coraggio». E ancora: «Mi piacciono le squadre che fanno la partita e non la subiscono». Sono parole che, rilette dopo il 5-1 dello Stirpe, diventano quasi inevitabilmente una riflessione sullo stesso Lecce. Perché è proprio quel coraggio che troppo spesso sembra mancare quando i giallorossi affrontano avversari considerati superiori.

Non significa andare a San Siro o allo Stadium pensando di dominare. Sarebbe fuori dalla realtà. Significa però entrare in campo convinti di poter fare male all’avversario, non soltanto sperando di riuscire a resistere.

La differenza può sembrare minima, ma cambia completamente il modo di stare dentro una partita. E Frosinone lo ha mostrato bene.

Di Francesco aveva elogiato una squadra capace di giocare senza paura. Il giorno dopo, parlando del suo Lecce, ha dovuto ammettere: «Siamo usciti troppo presto dalla gara», «è venuta meno la tenuta mentale», «abbiamo mollato».

E allora il tema va oltre la tattica. Il Frosinone ha giocato quella partita pensando di poterla vincere. Il Lecce, quando è andato in difficoltà, ha progressivamente smesso di pensarlo. Ma a guardare bene la gara in TV, i giocatori del Frosinone sembravano concentrati nel tunnel degli spogliatoi prima del fischio d'inizio, quelli del Lecce sembravano sconfortati.

Non basta pensare a non perdere

Una squadra che lotta per salvarsi deve sapersi proteggere. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Il Lecce non può affrontare Inter, Milan o Juventus fingendo che il divario tecnico non esista. Ma tra prudenza e paura c’è una differenza enorme.

Il Lecce, nelle ultime due stagioni, ha dato spesso l’impressione di partire da una domanda: come facciamo a non subire questa squadra? Ma l'allenatore ideale del Lecce dovrebbe porsi una domanda diversa: come possiamo metterla in difficoltà?

Perché se il piano è costruito soprattutto per limitare l’avversario, basta poco per mandarlo in crisi. Un gol subito. Un rigore. Una giocata individuale. Un errore. Un arbitro non all'altezza.

A quel punto sei costretto a fare qualcosa che forse non avevi realmente preparato: andare a cercare la partita, ma come lo fai se non hai quella famosa “cilindrata mentale”?

La Lazio di Gattuso e quello che il Lecce deve trovare

Gattuso non ha cancellato le differenze tecniche tra la Lazio e le squadre più forti. Ha però lavorato perché la sua squadra non le accettasse prima ancora di scendere in campo.

Questo è uno dei contributi che può dare l’allenatore. Alla lunga, le squadre finiscono spesso per assomigliare a chi le guida. Ne prendono il linguaggio, l’atteggiamento, perfino le paure.

Se un allenatore trasmette coraggio, la squadra tende a cercare la partita. Se invece passa soprattutto il timore dell’avversario, la necessità di non scoprirsi, l’idea che prima di tutto bisogna evitare di prenderle, quel timore prima o poi entra anche nelle gambe dei giocatori.

È difficile chiedere a una squadra di essere spavalda se dalla panchina percepisce prudenza. Ed è altrettanto difficile pretendere personalità quando il messaggio iniziale è soprattutto quello di contenere, aspettare, non sbagliare.

Il Lecce dovrebbe riuscire a liberarsi proprio di questo peso. Credere che anche una partita apparentemente proibitiva possa essere giocata per vincerla. Non significa attaccare senza criterio o ignorare il valore dell’avversario. Significa non partire già sconfitto nella testa.

D’altra parte il Lecce, in passato, ha saputo farlo. Ha affrontato squadre più forti senza limitarsi a sopravvivere alla partita, ma provando a sporcarla, a metterla sui propri binari, a far venire qualche dubbio anche a chi partiva favorito.

È quella sensazione che oggi manca più di tutto. E se davvero una squadra è anche lo specchio del proprio allenatore, allora il primo passo deve partire proprio da lì: il coraggio, prima ancora di pretenderlo dai giocatori, bisogna trasmetterlo.

 

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