Open VAR svela il dialogo Mariani-Mazzoleni in Lecce-Juve: “Il sistema me lo dà offside”
Da Lissone all’OFR di Colombo, ecco tutti i retroscena sul gol annullato a Kalulu in Lecce-Juve: frame, contatto e fuorigioco millimetrico di Vlahovic al centro delle polemiche
A Lecce il risultato passa quasi in secondo piano. Perché quando il VAR entra due volte nella stessa partita, cancella due gol e costringe arbitro e sala di Lissone a una lunga revisione davanti ai monitor, il calcio smette di essere solo calcio e diventa processo tecnologico. E allora Lecce-Juventus si trasforma nell’ennesimo caso destinato a dividere tifosi, opinionisti e addetti ai lavori.
Il cuore della polemica è il gol annullato a Pierre Kalulu, con il presunto fuorigioco di Dušan Vlahović all’inizio dell’azione. Un episodio che racconta perfettamente il paradosso del calcio moderno: abbiamo più telecamere, più linee, più software, più precisione teorica… ma anche più dubbi di prima.
Lancio di Teun Koopmeiners, sviluppo dell’azione, rete bianconera. In campo nessuna bandierina alzata. E infatti dalla sala VAR arriva subito una frase significativa: “Qui non ho bandiere”. Tradotto: dal vivo l’assistente non aveva percepito alcuna irregolarità evidente.
Ed è qui che il caso esplode. Perché il fuorigioco non è il classico mezzo metro che tutti vedono. Non è nemmeno una spalla nettamente oltre. È una questione di centimetri, forse millimetri, individuati attraverso il SAOT — il fuorigioco semi-automatico — e soprattutto attraverso la scelta del frame esatto in cui il pallone parte dal piede di Koopmeiners.
Il dialogo tra Mariani e Mazzoleni
Il dialogo tra Maurizio Mariani e Paolo Mazzoleni, mostrato a Open VAR, racconta perfettamente la complessità della situazione.
“Qui non ho bandiere”
“Non hai bandiere qui?”
“Vediamo a chi va il pallone e nel caso te la metto…”
Poi parte la ricostruzione digitale dell’azione: linea blu sul difensore, identificazione di Vlahovic, controllo del punto esatto del passaggio.
“Il sistema me lo dà offside”
“Ok, vediamo se va a impattare”
È qui che la revisione cambia natura. Non si tratta più soltanto di stabilire se Vlahovic sia avanti o meno. Il punto diventa capire se interferisce realmente con il difendente.
“Qua vanno a contatto, vero? Manda avanti. Ora torna indietro: qua sicuramente c’è un impatto”
Da quel momento la sala VAR decide di richiamare Andrea Colombo all’on field review.
“Dovrei avere Vlahovic in fuorigioco, è un impatto però te lo faccio vedere”
E ancora:
“Rimettimi bene il punto di rilascio del sistema”
“Controllo gli scheletri, offside per il sistema”
Parole che spiegano quanto ormai il calcio sia entrato dentro una dimensione quasi scientifica, fatta di modelli digitali, frame congelati e ricostruzioni virtuali.
Davanti al monitor Colombo osserva il contatto e prende la decisione finale:
“Sì lo tocca anche. Ok Mauri, quindi impatta…”
Conferma immediata dalla sala VAR:
“Sì, sono d’accordo con te”
Decisione regolamentare corretta? Probabilmente sì, seguendo alla lettera il protocollo. Ma è proprio questo il punto: il protocollo basta ancora a convincere il pubblico?
Tommasi a Open VAR
Tommasi, durante Open VAR, difende il lavoro della squadra arbitrale:
“C’è una situazione di difficilissima lettura da parte dell’assistente Imperiale e impossibile da cogliere live”
E aggiunge:
“È ottima la lavorazione della Sala Var di Mariani e Mazzoleni”
Secondo Tommasi il nodo decisivo è proprio l’interferenza di Vlahovic:
“In questo caso l’impatto è evidente, addirittura c’è un contatto fisico quindi non c’è la piena libertà di giocare il pallone per il difendente e diventa punibile”
Ma il dibattito resta apertissimo. Perché la sensazione diffusa è che il calcio stia entrando in una zona grigia. Il fuorigioco semi-automatico doveva eliminare le polemiche, invece rischia di renderle ancora più sofisticate. Non si discute più “era avanti o no”, ma:
- quale frame è stato scelto;
- quanto sia preciso il sistema;
- se il margine tecnologico sia davvero nullo;
- quanto il contatto influenzi davvero l’azione.
E il tifoso, davanti a tutto questo, spesso si sente più confuso di prima.
La partita di Lecce diventa così simbolica di una trasformazione più ampia. Il VAR oggi non corregge soltanto gli errori: entra dentro il gioco, lo scompone, lo rallenta, lo seziona. Ogni gol viene analizzato come una prova scientifica. Ogni centimetro diventa decisivo.
Il rischio, però, è che il calcio perda spontaneità. Che l’esultanza duri meno dell’attesa al monitor. Che il verdetto tecnologico finisca per contare più dell’emozione del campo.
E allora la vera domanda non è se Colombo abbia applicato bene il regolamento. La vera domanda è un’altra: il calcio che stiamo costruendo è ancora quello che i tifosi vogliono vedere?




