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C’è un modo per perdere e poi c’è il modo in cui il Lecce ha scelto di stare in campo contro la Roma: aspettando, arretrando, quasi chiedendo il permesso di restare in partita.

Il primo tempo e i primi dieci minuti della ripresa, fino al gol subìto, è stato il manifesto di un’idea sbagliata. Non tanto per la superiorità tecnica degli avversari (evidente, ma non insormontabile) quanto per l’atteggiamento. Una squadra che deve salvarsi non può permettersi di giocare come se lo 0-0 fosse già un successo. Anche perchè in questo campionato, contro le big (a parte la Juventus) è stata una preparazione mentale alla gara che non ha mai dato frutti. Solo sconfitte. I continui passaggi all’indietro verso Wladimiro Falcone, la lentezza di quest'ultimo nel rimettere la palla in gioco, come se quei secondi persi ad ogni rinvio, che sommati diventano minuti, poi non siano il tempo tolto a noi stessi quando si deve recuperare; il ritmo spezzato, la paura di rischiare: tutto ha contribuito a costruire un clima di rinuncia.

E nel calcio, la rinuncia si paga.

Il gol subìto è l’emblema perfetto di quanto pensiamo: una catena di errori, uno dopo l’altro. Inizialmente Ramadani che non allontana un pallone facile da gestire costringendo Tiago Gabriel a spedirlo in fallo laterale; Pierotti che non segue il taglio dell'avversario, Veiga che invece di accompagnare sul fondo l'uomo in possesso della sfera va in scivolata (a vuoto), Falcone che resta a metà strada e subisce gol su un colpo di testa da posizione defilatissima con la palla che gli rimbalza addosso ed entra in porta, Antonino Gallo che perde l’uomo. Non è solo un errore: è una fotografia mentale. Quando hai paura, arrivi sempre secondo in tutto, anche sulle decisioni.

Eppure, la partita ha raccontato anche un’altra verità.

Nel secondo tempo, quando il Lecce ha smesso di terrorizzarsi senza motivo, la Roma ha iniziato a scricchiolare. Era una squadra stanca, battibile nell’intensità, vulnerabile se attaccata con coraggio. E lì è emerso un paradosso interessante: N’Dri, l'uomo che Di Francesco non vede mai, ha cambiato l’inerzia giocando fuori ruolo, sulla fascia sinistra, portando energia, strappi, imprevedibilità. Poi, una volta riportato nella sua posizione naturale, paradossalmente si è spento. Un segnale che dovrebbe far riflettere: a volte contano più le idee e l’audacia che gli schemi rigidi.

Il forcing finale ha dimostrato che il pareggio era possibile. Non un miracolo, ma una conseguenza logica di un atteggiamento finalmente propositivo. Il colpo di testa a colpo sicuro di Pierotti, salvato sulla linea da un difensore a portiere battuto, ha detto che il Lecce giocando con più coraggio avrebbe potuto far male alla Roma. Ed è proprio questo il rimpianto più grande: non aver iniziato così.

Sull’arbitraggio si può discutere (e certe decisioni nella fase finale hanno dato la sensazione di una gestione poco equilibrata a favore dei giallorossi capitolini) ma sarebbe un errore nascondersi dietro questo. Le partite si indirizzano prima, molto prima, e il Lecce lo ha fatto nel modo peggiore: consegnandosi per i primi 45 minuti.

Ora mancano poche gare, nulla è perduto ma non esistono più alibi se si vuole raggiungere l'obbiettivo della permanenza in serie A. Una squadra che deve salvarsi non può permettersi di entrare in campo con la mentalità della vittima sacrificale. Deve sporcare la partita, deve alzare il ritmo, deve accettare il rischio.

Perché, paradossalmente, il vero rischio oggi non è perdere, ma non provarci davvero.

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