Criticare non significa affossare. Sosteniamo la squadra e poi tiriamo le somme
Gli errori vanno riconosciuti e detti, senza trasformare la delusione in una condanna totale del progetto: il mercato offensivo, i limiti dell’allenatore e una volata salvezza che ora non concede più alibi
Criticare non significa affossare. È il primo punto da chiarire, forse il più importante, in un momento in cui attorno al Lecce il rischio più grande non è soltanto la classifica, ma anche il giudizio della piazza. Una cosa è dire che ci sono stati errori gravi, come contro il Bologna, un’altra è usare quegli errori per dichiarare fallito tutto, per dire che fa tutto schifo, che bisogna cambiare tutto, che non si salva niente.
Non è così. Non deve essere così. Un progetto si misura anche nella capacità di attraversare gli errori, perfino quelli clamorosi, e di restare in piedi quando i risultati oscillano. Si possono buttare gli stracci, non il bambino. Si può riconoscere che qualcosa non ha funzionato, anche in modo evidente, senza per questo autorizzarsi a spazzare via ogni principio di continuità, ogni idea di costruzione, ogni pezzo del lavoro fatto.
Il tifoso ha il diritto di criticare. Anzi, in certi casi ha quasi il dovere di farlo. Ma la critica, per essere utile, deve distinguere. Deve separare ciò che non va da ciò che invece va preservato. Deve colpire l’errore, ed essere chirurgica, non trasformarsi in istinto distruttivo. Perché quando si perde questa distinzione, si passa dal giudizio alla rabbia. E la rabbia, nel calcio come altrove, raramente aiuta a capire.
Gli errori dell'area tecnica
Il secondo punto, però, è che mai come adesso la campagna acquisti mostra tutta la sua povertà. E qui bisogna essere altrettanto chiari. Per chi scrive, il problema riguarda soprattutto l’attacco. Lo si pensava già l’1 settembre, quando furono dati i voti al mercato, e il campo, settimana dopo settimana, non ha fatto altro che confermare quella lettura.
Che Sottil fosse una figurina lo avevamo detto. Calciatore con una disponibilità troppo limitata per poter incidere davvero. Mancava un’alternativa credibile a Banda e Tete Morente, perché N'dri sapevamo già che non fosse tra i preferiti dell’allenatore. E l’errore è stato ripetuto anche a gennaio e, se vogliamo, appesantito dalla partenza dello spagnolo poi non rimpiazzato. Continua a mancare un uomo forte di fascia, uno capace di spostare davvero gli equilibri, di cambiare l’inerzia di una partita, di creare superiorità e mettere in crisi gli avversari.
E poi c’è il centravanti. Lì si è vista una sequela di errori difficilmente ricordabile in questi termini. Scelte sbagliate, valutazioni che non hanno prodotto rendimento, tasselli che non hanno risolto il problema. Tutto vero. Ma anche qui bisogna tenere insieme i due piani: la critica dura e la comprensione del contesto. Perché può succedere, soprattutto quando il margine di errore è basso, quando hai poche risorse da destinare e ancora meno possibilità di sbagliare in un ruolo così specifico e determinante. Il punto, semmai, è che proprio perché il margine è stretto, ogni errore pesa il doppio. E oggi il Lecce quel peso lo sta portando tutto sulle spalle.
Gli errori di Di Francesco
Questo, però, non assolve Di Francesco. Anzi. L’allenatore ci sta mettendo ampiamente del suo. Le sue conferenze stampa sembrano spesso appartenere a un’altra dimensione, quelle di Mai dire Gol: si parla di carattere, di attenzione, di prestazione, e poi puntualmente in partita si vede l’opposto. Manca il carattere, manca l’attenzione, manca la prestazione. E quando il divario tra racconto e realtà diventa così costante, la responsabilità dell’allenatore non può più essere aggirata.
Non è soltanto una questione di risultati. È una questione di identità. Di Francesco è stato apprezzato, nella sua storia, per un’idea di calcio offensiva, ariosa, riconoscibile. Oggi, invece, nel Lecce questa impronta si vede poco o nulla. Se c’è qualcosa di organizzato, è soprattutto la fase difensiva. E quella porta molto del lavoro di Del Rosso. Il paradosso è tutto qui: dell’allenatore che doveva dare gioco offensivo si riconosce poco o niente proprio in quella zona del campo in cui dovrebbe lasciare il segno.
E allora la domanda viene quasi spontanea: che fine ha fatto quel Di Francesco? Che cosa è successo a quella proposta di calcio? Perché qui non si sta parlando di pretendere spettacolo a tutti i costi, ma almeno di intravedere una traccia, una direzione, un’idea. Invece oggi il Lecce sembra vivere quasi esclusivamente di resistenza, senza un vero sviluppo offensivo credibile, senza una manovra che lasci intuire un lavoro preciso e ripetibile.
Il calendario del Lecce: risultati attesi
C’è poi un elemento che va ricordato, per onestà intellettuale. Nella tabella di marcia che avevamo immaginato dopo Lecce-Cremonese, questa sequela di sconfitte consecutive era stata messa in preventivo. In un impeto di orgoglio, si poteva pensare di strappare uno o due punti qua e là, ma il senso del ragionamento era chiaro già allora: il calendario e il momento della squadra lasciavano immaginare una serie di risultati negativi. A essere sinceri fino in fondo, quella proiezione prevedeva addirittura un Lecce da solo al terz'ultimo posto. Invece la Cremonese ha sorpreso, facendo persino meno di quanto si potesse preventivare.
Questo non serve per assolvere nessuno. Serve, semmai, a rimettere le cose nella loro giusta prospettiva. La situazione è pesante, ma non inattesa. Il problema è che adesso il margine tra analisi e realtà si è consumato quasi del tutto. Il tempo delle letture, dei distinguo, delle attenuanti sta finendo. Adesso il Lecce deve dimostrare di voler mantenere la categoria.
Il clima attorno alla squadra
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione, e riguarda il clima che si respira attorno alla squadra. I social vengono letti da tutti, anche da quei giocatori che devono portare il Lecce alla salvezza. Pensare di insultarli continuamente, vessarli, ridicolizzarli, non è una mossa giusta. Non è così che si aiuta una squadra in difficoltà. Sono comunque ragazzi, con le loro fragilità, e in un momento del genere hanno bisogno di essere sostenuti, non puniti al minimo errore.
Questo non significa togliere responsabilità a chi va in campo. Significa capire che una critica può essere dura senza diventare umiliazione continua. Perché tra il dire che un giocatore sta rendendo male e trasformarlo in un bersaglio quotidiano c’è una differenza enorme. E quella differenza, oggi, pesa. Le somme si tirano alla fine della stagione. Adesso serve lucidità, non accanimento. Serve spingere tutti nella stessa direzione, non contribuire a creare altra sfiducia.
Il futuro del Lecce in campionato
Nelle prossime tre partite il Lecce non dovrà portare a casa meno di sette-nove punti. Altrimenti di che cosa stiamo parlando? Non bastano più i segnali, non bastano più le mezze prestazioni, non bastano più le giustificazioni. Servono punti. Tanti. E servono subito.
Per questo il messaggio oggi dovrebbe essere doppio. Da una parte, dire con chiarezza che il mercato offensivo è stato insufficiente e che l’allenatore sta deludendo anche sul piano dell’identità di gioco. Dall’altra, evitare di trasformare questa consapevolezza in una furia cieca contro tutto e tutti. Criticare non significa affossare. Significa vedere gli errori, chiamarli per nome e pretendere che vengano corretti. Senza buttare via ciò che ancora può essere salvato. Senza confondere il giudizio con la demolizione. Perché adesso non si scherza più: o il Lecce risponde sul campo, o il rischio di scendere diventa terribilmente concreto.

