Lecce, Di Francesco detta la linea: pressing alto e squadra corta, ma serve saper leggere la partita
Il tecnico giallorosso chiarisce la propria idea di calcio alla vigilia della sfida con il Bologna: aggressività, reparti vicini e capacità di cambiare atteggiamento durante i novanta minuti.
Un Lecce più alto, più corto e capace di aggredire gli avversari senza perdere equilibrio. È questa l'identità che Eusebio Di Francesco vuole costruire. Nella conferenza stampa alla vigilia della partita contro il Bologna, l'allenatore giallorosso ha dedicato un passaggio importante all'atteggiamento tattico della squadra, indicando non soltanto il tipo di calcio che vorrebbe vedere, ma anche le difficoltà da affrontare per metterlo in pratica.
«Non si può giocare allo stesso modo per novanta minuti, ma l'idea di attaccare alto l'avversario deve essere nel nostro dna. Poi esistono gli avversari, tante volte gli altri non ti permettono di fare certe cose. Ma mi piacerebbe vedere sempre una squadra più corta e alta».
Parole che aiutano a comprendere la direzione del lavoro dell'allenatore. Di Francesco non chiede al Lecce di attaccare senza criterio, ma di imparare a scegliere quando alzare la pressione e quando abbassarsi, mantenendo in entrambi i casi distanze corrette tra i reparti.
- Il pressing alto che Di Francesco vuole nel DNA del Lecce
- Squadra corta e alta: cosa significa concretamente
- Di Francesco e la lezione del Milan: difendersi bassi non basta
- Lecce-Bologna, perché non si potrà pressare per novanta minuti
- Il ruolo del centrocampo nel nuovo Lecce
- Dal pressing alla fase offensiva: recuperare palla più vicino alla porta
- La vera sfida di Di Francesco: trasformare un principio in un'abitudine
Il pressing alto che Di Francesco vuole nel DNA del Lecce
La prima indicazione riguarda il recupero del pallone. Aggredire alto significa provare a disturbare la costruzione avversaria già nella sua fase iniziale, impedendo ai difensori di gestire il possesso con tranquillità.
Non è sufficiente, però, che il centravanti vada a pressare il portatore. Perché la pressione funzioni, il resto della squadra deve accompagnare il movimento. Gli esterni offensivi devono orientare le linee di passaggio, i centrocampisti accorciare sui riferimenti avversari e la difesa avanzare per ridurre lo spazio disponibile tra le linee. Se anche uno solo di questi meccanismi arriva in ritardo, il rischio è che l'avversario riesca a superare il primo pressing trovando campo libero.
È probabilmente questa una delle questioni sulle quali Di Francesco intende insistere: non soltanto aumentare l'aggressività individuale, ma trasformarla in un comportamento collettivo.
Un Lecce che pressa con undici giocatori collegati può recuperare palla in zone più avanzate e costruire occasioni senza dover partire sempre dalla propria metà campo.
Squadra corta e alta: cosa significa concretamente
L'altra richiesta dell'allenatore è strettamente legata alla prima. Una squadra alta non è necessariamente una squadra aggressiva; allo stesso modo, tenere molti uomini dietro il pallone non garantisce automaticamente una maggiore solidità difensiva.
Il punto decisivo sono le distanze. Quando il Lecce attacca, la linea difensiva deve accompagnare l'azione senza lasciare troppo spazio tra sé e il centrocampo. Quando perde il possesso, i giocatori devono trovarsi abbastanza vicini da poter reagire rapidamente.
Essere corti significa ridurre gli spazi che l'avversario può utilizzare per giocare tra le linee.
Il vantaggio è duplice. Da una parte aumenta la possibilità di riconquistare il pallone subito dopo averlo perso; dall'altra diminuisce la distanza che gli attaccanti devono percorrere quando la squadra torna in possesso.
C'è però una controindicazione evidente: portare avanti la difesa significa lasciare spazio alle proprie spalle. Per questo diventano fondamentali la pressione sul portatore, il posizionamento dei centrali e la capacità di leggere i movimenti degli attaccanti avversari.
Non basta dunque alzare il baricentro. Bisogna farlo nel momento giusto e con il sostegno di tutta la squadra.
Di Francesco e la lezione del Milan: difendersi bassi non basta
Nella conferenza della vigilia Di Francesco ha richiamato anche un episodio della partita contro il Milan, riferendosi al gol di Pulisic.
Il tecnico ha evidenziato come, in quell'occasione, il Lecce avesse tutti gli undici giocatori sotto la linea del pallone, senza riuscire comunque a evitare la rete. È un esempio significativo perché mette in discussione un'equazione spesso utilizzata per giudicare l'atteggiamento di una squadra: più uomini dietro significa maggiore protezione.
La realtà tattica è più complessa. Anche una squadra raccolta nella propria metà campo può concedere occasioni se non riesce ad aggredire il portatore, chiudere le linee di passaggio o controllare i movimenti degli avversari. Viceversa, un pressing alto organizzato può diventare una forma di difesa, perché costringe l'altra squadra a giocare in condizioni meno favorevoli.
Per Di Francesco, quindi, il coraggio non coincide necessariamente con il numero di calciatori portati in avanti, ma con la capacità di controllare gli spazi attraverso l'organizzazione.
Lecce-Bologna, perché non si potrà pressare per novanta minuti
Il passaggio più importante delle dichiarazioni riguarda la gestione dei diversi momenti della gara.
Di Francesco riconosce che non è realistico mantenere la stessa pressione per tutti i novanta minuti. Intensità fisica, risultato, condizioni dei giocatori e caratteristiche dell'avversario impongono inevitabilmente degli adattamenti.
Contro il Bologna questo aspetto potrebbe assumere un'importanza particolare. La formazione di Palladino dispone di giocatori come Orsolini e Bernardeschi, capaci di partire larghi ma anche di muoversi verso le zone centrali del campo. Se il Lecce dovesse portare molti uomini in pressione senza coprire correttamente gli spazi, i rossoblù potrebbero trovare opportunità per superare la prima linea e attaccare alle spalle del centrocampo.
Servirà quindi riconoscere quando esistono le condizioni per aggredire la costruzione avversaria e quando, invece, sarà più conveniente aspettare in una posizione intermedia.
La differenza non dovrà essere tra una squadra offensiva e una difensiva, ma tra una squadra che sceglie consapevolmente cosa fare e una che subisce passivamente l'iniziativa degli avversari.
Il ruolo del centrocampo nel nuovo Lecce
Per realizzare questa idea di gioco, Di Francesco avrà bisogno soprattutto del contributo dei centrocampisti.Il possibile terzetto formato da Maleh, Coulibaly e Ilic dovrà garantire un equilibrio delicato: sostenere il pressing degli attaccanti, ma senza lasciare scoperta la zona centrale.
Coulibaly, per caratteristiche fisiche ed esperienza, può rappresentare un riferimento importante nell'aggressione del portatore e nella gestione dei duelli.
E' un calciatore di esperienza, per noi un giocatore molto importante, che deve mantenere continuità di rendimento e di lavoro. Anche chi si sente titolare deve correre più di chi non sta giocando.
Il problema nasce quando un centrocampista si alza eccessivamente senza essere accompagnato dai compagni. Si crea così una distanza che l'avversario può sfruttare per ricevere tra le linee e puntare direttamente la difesa.
È proprio per evitare queste situazioni che l'allenatore insiste sul concetto di squadra corta. Anche il lavoro degli esterni offensivi sarà determinante. La pressione dovrà essere orientata in modo da indirizzare il possesso avversario verso zone dove il Lecce possa intervenire con maggiore efficacia.
Dal pressing alla fase offensiva: recuperare palla più vicino alla porta
L'aggressività richiesta da Di Francesco non riguarda esclusivamente la fase difensiva. Recuperare il pallone nella metà campo avversaria significa avere meno strada da percorrere per raggiungere la porta. Per una squadra che deve costruire occasioni con continuità, può diventare un vantaggio importante.
Il Lecce potrebbe così cercare di sfruttare maggiormente le caratteristiche dei propri esterni, portandoli a ricevere in situazioni dinamiche anziché costringerli sempre a partire da posizioni arretrate.
La qualità della riconquista, però, conta quanto la sua posizione. Dopo aver recuperato palla, serviranno rapidità di pensiero, movimenti coordinati e capacità di scegliere se verticalizzare immediatamente oppure consolidare il possesso.
Pressare bene, insomma, non produce automaticamente occasioni da gol. Può però creare le condizioni perché gli attaccanti ricevano palloni più favorevoli.
La vera sfida di Di Francesco: trasformare un principio in un'abitudine
Le parole dell'allenatore indicano una direzione precisa, ma il passaggio più difficile sarà trasferire questa idea sul campo con continuità.
Per costruire una squadra corta e alta servono sincronismi che non dipendono soltanto dalla condizione atletica. Bisogna conoscere i tempi dei compagni, riconoscere i segnali che fanno scattare la pressione e reagire nello stesso modo alle diverse situazioni.
È un lavoro che richiede allenamento, comunicazione e una progressiva assimilazione dei principi tattici.
La partita contro il Bologna offrirà un primo riferimento dopo la lunga sosta. Sarà interessante osservare soprattutto come il Lecce si comporterà quando perderà il pallone, quanto velocemente riuscirà ad accorciare e con quale frequenza proverà a disturbare la costruzione rossoblù.
Non sarà necessario vedere un pressing continuo per riconoscere la mano di Di Francesco. La prova più importante sarà capire se il Lecce saprà restare compatto anche quando sarà costretto a cambiare atteggiamento.
L'obiettivo dichiarato è avere una squadra che non rinunci a prendere l'iniziativa, ma che sappia anche riconoscere i momenti nei quali il calcio richiede pazienza.
È su questo equilibrio, più ancora che sull'altezza del baricentro, che potrebbe giocarsi una parte importante della crescita tattica dei giallorossi.



