Lecce, cuore e carattere: pari meritato con la Fiorentina, ma la salvezza si gioca adesso
I giallorossi rimontano con Tiago Gabriel e restano agganciati alla corsa salvezza. Tra emergenza e orgoglio, la squadra di Di Francesco manda un segnale forte
Il Lecce, con anima e cuore, riesce a riprendere un risultato bugiardo che lo vedeva soccombere in una partita vitale contro la Fiorentina.
In un lunedì sera contornato da un Via del Mare che, all’esterno, appare come un cantiere a cielo aperto, all’interno si respira tutt’altra aria: un catino ribollente, viscerale, che spinge oltre ogni limite una squadra non al meglio. Perché è da qui che bisogna partire: dall’emergenza.
Di Francesco affronta lo sprint finale con una rosa che perde pezzi ogni settimana. C’è chi stringe i denti e gioca con gli antidolorifici, chi può garantire solo mezz’ora e chi, invece, è già fuori dai giochi. E quando una squadra come il Lecce perde contemporaneamente tanti titolari, non è solo una questione tecnica: è una questione di sopravvivenza sportiva.
Il 4-2-3-1 iniziale racconta già molto: Veiga, Siebert, Tiago Gabriel e Gallo davanti a Falcone; Ramadani e Ngom a fare da diga, con Coulibaly libero di cucire il gioco alle spalle di Cheddira. Sugli esterni Ndri e Pierotti, chiamati agli straordinari. Scelte obbligate, più che volute.
La partita è nervosa, spezzata, quasi sporca. Ndri, adattato inizialmente a sinistra, fatica a trovare spazio e dopo lo svantaggio viene riportato a destra, con Pierotti sacrificato sull’altra corsia. Ciò che diventa dimensione ideale per uno, automaticamente non lo è per l'altro, e si vede. Ma in questo momento non esistono comfort zone: esiste solo la necessità. Poi cambia tutto.
Nel secondo tempo il Lecce alza i giri del motore e Ndri, tornato stabilmente a destra, diventa imprendibile. Salta l’uomo, crea superiorità, mette dentro palloni che chiedono solo di essere spinti in rete. Ma lì succede qualcosa di inspiegabile: la porta sembra stregata, la palla resta lì, sospesa, contesa, mai decisiva. E quando Di Francesco decide di togliere proprio Ndri, l’uomo più pericoloso, il Via del Mare trattiene il respiro e poi rumoreggia. Dentro Banda, dentro Gandelman, dentro Stulić. Una scelta che sembra controintuitiva, quasi rischiosa. Ma è proprio lì che si gioca la partita dell’allenatore. Gandelman cambia l’inerzia con la sua forza, con la capacità di rendere ogni pallone “vivo”. Pierotti ritrova campo e fiducia, Banda cresce azione dopo azione e costringe anche De Gea a sporcarsi i guanti.
Il Lecce non è più solo generoso: diventa pericoloso, continuo, insistente. Il pareggio è la naturale conseguenza. Angolo di Gallo, stacco imperioso di Tiago Gabriel: 1-1. Non è solo un gol, è la fotografia di una squadra che, pur ferita, non ha alcuna intenzione di arrendersi. E allora sì, resta il rammarico. Perché questa era una partita da vincere, per quanto visto in campo. Ma c’è anche qualcosa di più importante del risultato: la sensazione netta che questo Lecce sia ancora vivo. E, soprattutto, consapevole. Ora arriva il momento della verità. Il ritiro, le due trasferte contro Verona e Pisa, il lavoro quotidiano lontano dal rumore. Due settimane per compattarsi, per stringersi, per crederci davvero fino in fondo.
Intanto, fuori dal Via del Mare, crescono i pilastri del nuovo stadio. Strutture imponenti, visibili, concrete. Un simbolo di futuro. E proprio per questo la domanda diventa inevitabile: che senso avrebbe tutto questo senza la Serie A? La risposta, forse, è già dentro questa partita. Dentro quel gol di testa, dentro quei palloni sporchi, dentro quella fatica che non diventa mai resa. Se il Lecce si salverà, non sarà per caso. Sarà perché ha deciso, ancora una volta, di restare aggrappato alla categoria con tutto quello che ha. Anche quando sembra non bastare. E in certe stagioni, è esattamente da lì che nasce qualcosa che va oltre il calcio.



