Caos in Seconda Categoria: arbitro chiede il permesso di soggiorno. Ma è polemica sul campo
La Figc indaga, gli arbitri chiariscono “Richiesta non consentita”
Novanta minuti di battaglia, cinque gol e un finale al cardiopalma. Ma a far discutere, nel girone M della Seconda Categoria veneta, non è il 3-2 con cui il San Fidenzio Polverara ha superato il San Precario. No, stavolta il risultato passa in secondo piano, travolto da un episodio che accende il dibattito ben oltre il rettangolo verde.
Tutto accade prima del fischio d’inizio, nella fase di riconoscimento dei giocatori. Secondo quanto riportato, l’arbitro avrebbe chiesto al dirigente del San Precario di esibire il permesso di soggiorno di due calciatori extracomunitari. Una richiesta che ha lasciato attoniti i presenti e che ha immediatamente innescato la reazione della società ospite.
“Un episodio al limite dell’assurdo”, tuona il presidente Roberto Mastellaro. Parole pesanti, che raccontano incredulità e amarezza: “Non so se sia stata una leggerezza o altro, ma lo abbiamo trovato discriminatorio. In 18 anni non mi era mai successo”. Il dettaglio che fa rumore è un altro: in rosa c’è anche un giocatore con doppio passaporto inglese e slovacco, per il quale — a differenza dei due ragazzi neri — non sarebbe stato chiesto alcun documento aggiuntivo.
Perplessità condivise anche dalla società di casa. “Una richiesta davvero strana”, ammette il segretario Daniele Trivellato. E così, mentre sul campo si giocava, fuori cresceva un caso destinato ad arrivare ai vertici federali.
La Figc veneta si è già mossa. Il presidente regionale Giuseppe Ruzza ha chiesto una relazione dettagliata per fare chiarezza: “Vogliamo capire bene cosa è successo”. Ancora più netto il presidente degli arbitri veneti, Tarcisio Serena: “Nessun direttore di gara può richiedere un permesso di soggiorno. Non è un ufficiale giudiziario”. Poi la precisazione tecnica, quasi a rimettere ordine: le modalità di riconoscimento sono chiare e codificate — documento d’identità, tessera federale, conoscenza diretta o foto autenticata.
Eppure, il segno resta. Anche perché il San Precario non è una società qualsiasi. Nato a Padova nel 2007, il club è da sempre simbolo di inclusione e integrazione, un progetto che usa il calcio come linguaggio universale contro ogni forma di discriminazione. Campi di periferia trasformati in luoghi di accoglienza, storie di riscatto cucite addosso a ogni maglia.
Per questo l’episodio pesa ancora di più. Perché quando il pallone smette di unire e comincia a dividere, allora sì che il risultato conta poco. E il calcio, quello vero, resta a guardare.



