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Aprendo Facebook mi sono imbattuto nella condivisione di un post inserito in un gruppo a tema Lecce e scritto davvero molto bene. Minuzioso, “studiato”, puntuale, con una tabella interessante. Non sono chiuso alle idee che vengono portate avanti con questa costruzione del pensiero perché indicano che dietro c'è stato un ragionamento e che dunque vale la pena spenderci del tempo per validare l'idea o per respingerla, ma sempre nel tentativo di una crescita reciproca. 

E allora me lo sono letto tutto il post e se volete potete darci un'occhiata anche voi perché ve lo metto alla fine dell'articolo. Però ho notato che alla base del ragionamento ci sono degli “assiomi”, per così dire, che non possono esistere nella realtà e che di fatto fanno cadere tutto il ragionamento. 

Cosa dice il post in questione?

Il post parte da un'idea racchiusa in una tabella per teorizzare che il rischio è “non investire nel numero di attaccanti”: cioè più attaccanti porti in dote alla squadra e meno rischi di sbagliare (l'investimento e/o la stagione). 

tabella

Perché la tabella non dimostra che il Lecce “investe poco” (e perché il rischio non si misura contando i centravanti)

La tabella che mette a confronto Lecce, Verona, Cagliari e Parma porta a una conclusione netta: il Lecce sarebbe l’unica società a perdere valore nel reparto attaccanti perché “investe troppo poco”, affidandosi a un solo centravanti di proprietà e a un prestito secco. Questa scelta, secondo la tesi proposta, concentrerebbe il rischio sportivo su un’unica scommessa.

I dati possono anche essere corretti, ma il ragionamento che ne deriva è concettualmente sbagliato.

Il primo punto critico riguarda il termine “investimento”. Nel calcio non esistono investimenti in senso economico. Un calciatore non è un bene produttivo: non genera valore in modo autonomo, non ha rendimenti prevedibili e non conserva valore indipendentemente dalla prestazione. Il costo del cartellino non è capitale che produce flussi futuri, ma una spesa che può diventare recuperabile solo a posteriori, se una serie di eventi sportivi e di mercato va nella stessa direzione. Per questo dire che il Lecce “investe poco” implica, in modo errato, che spendere o comprare di più riduca il rischio. In realtà, nel calcio spendere di più significa solo aumentare l’esposizione quando la prestazione non arriva.

Il secondo errore è collegare il rischio sportivo al numero dei centravanti. Avere più punte centrali non equivale automaticamente ad avere più gol o più punti. Il rischio non si riduce sommando scommesse, perché le prestazioni non sono indipendenti dal contesto tattico. Il Lecce gioca strutturalmente con una punta centrale supportata da due esterni offensivi, di fatto un modulo a tre attaccanti. In un sistema di questo tipo, il numero dei centravanti non coincide con il numero reale degli attaccanti su cui si regge la produzione offensiva.

Il peso del gol e della pericolosità non è concentrato esclusivamente sul “9”, ma distribuito sugli esterni alti e sui giocatori che occupano con continuità l’ultimo terzo di campo. Gli esterni, in questo modello, non sono semplici ali di rifinitura, ma attaccanti a tutti gli effetti: attaccano l’area, concludono, guadagnano rigori e determinano superiorità numerica. Valutare il rischio sportivo contando solo i centravanti significa quindi isolare un ruolo e usarlo come misura dell’intero reparto offensivo, ignorando che il Lecce, per struttura di gioco, ha già tre uomini offensivi in campo, non uno. È per questo che una lettura basata esclusivamente sul numero dei centravanti risulta metodologicamente scorretta e poco aderente alla realtà tecnica. Cagliari e Verona giocano con due punte, mentre il Parma gioca col tridente ed è l'unico esempio effettivamente calzante rispetto ai salentini. Anche Pisa e Genoa, non presi ad esempio, giocano con 2 punte e giustificano la presenza di più centravanti in Rosa.

Il terzo punto riguarda il prestito, interpretato come “mancato investimento” e quindi come fattore di rischio. In realtà, il prestito fa l’opposto: separa il rischio sportivo da quello economico. Un attaccante in prestito che rende genera valore sportivo immediato – punti, classifica, salvezza – senza creare vincoli futuri. Se non rende, il danno resta limitato nel tempo e non si trascina a bilancio. Questo non significa concentrare il rischio su un’unica scommessa, ma stabilire un limite massimo alla perdita possibile. La vera concentrazione del rischio avviene quando l’errore sportivo diventa strutturale, cioè quando resta sotto forma di cartellini, contratti e ammortamenti negli anni successivi.

Anche la “perdita di valore del reparto attaccanti” va letta con cautela. Non è automaticamente il segnale di un’inefficienza economica, ma riflette una scelta strutturale del Lecce: non concentrare il valore patrimoniale esclusivamente sul ruolo del centravanti. In una squadra che gioca con una sola punta, il peso offensivo non è pensato per essere assorbito da un unico giocatore centrale, ma distribuito sugli esterni e sugli altri uomini offensivi. Di conseguenza, è normale che il valore sportivo – e in alcuni casi anche quello di mercato – si manifesti anche in ruoli diversi dal “9”.

Limitarsi a osservare il valore dei soli centravanti e concludere che il Lecce “perde valore in attacco” significa guardare solo una parte del reparto offensivo e usarla per giudicare l’intero sistema. È una lettura parziale, che non tiene conto di come il gioco e le responsabilità offensive siano effettivamente distribuite in campo.

La conclusione, quindi, è diversa da quella proposta nel post. Il Lecce non è più rischioso perché “investe poco” o perché ha pochi centravanti. È una Società che ha scelto di non trasformare l’incertezza della prestazione in un vincolo economico permanente. In un calcio in cui la prestazione non è garantita e il sistema di gioco conta più del numero dei giocatori in un singolo ruolo, spendere o comprare di più non è una forma di sicurezza. È semplicemente un altro modo di assumere rischio.

Un ultimo chiarimento è fondamentale per evitare un equivoco di fondo: il Lecce non “spende poco” come scelta ideologica o come politica di risparmio fine a sé stessa. Il Lecce spende in relazione al proprio budget, che viene costruito tenendo conto anche del rischio di insuccesso sportivo. In altre parole, la possibilità di una stagione negativa – che comporta aumento dei costi e riduzione dei ricavi – è già considerata nel perimetro economico entro cui il club opera.

Questo significa che la spesa non è bassa in assoluto, ma adeguata alla capacità di assorbire un eventuale fallimento sportivo senza compromettere la sostenibilità. Non è quindi vero che il Lecce “investe poco”: spende il giusto rispetto alle risorse disponibili e al livello di rischio che può permettersi.

Proprio per questo, la crescita sportiva porta con sé una crescita graduale della spesa. Più il Lecce consolida la propria presenza in Serie A, più aumentano i ricavi strutturali e più cresce il valore dei giocatori venduti. Di conseguenza, il budget di mercato aumenta anno dopo anno, come già accaduto nelle ultime stagioni.

Basta guardare all’evoluzione recente: nel primo anno di Serie A sarebbe stato impensabile spendere 6 milioni per un difensore centrale e lasciarlo anche solo temporaneamente in panchina, o investire 2 milioni per un centrocampista senza renderlo immediatamente titolare. Oggi questo è possibile proprio perché il budget è cresciuto insieme ai risultati sportivi. È una progressione coerente, non una rinuncia.

In quest’ottica, la gestione del mercato del Lecce non è una scelta di risparmio, ma una gestione consapevole del rischio: la spesa cresce nella misura in cui cresce la capacità del club di sostenerla, senza mai trasformare un’eventuale sconfitta sportiva in un problema economico strutturale.

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