Un Lecce irriconoscibile: così lo sprint finale fa paura
Più della sconfitta, preoccupano la fragilità mentale e la condizione psico-atletica in vista dello sprint salvezza.
Una sconfitta pesante, forse la peggiore prestazione casalinga della stagione, proprio nel giorno di Pasquetta. Il Lecce cade 0-3 contro l’Atalanta mostrando tutti i suoi limiti: una squadra timida oltre il necessario, spaventata, debole nei contrasti e nei duelli, incapace di opporre la minima resistenza a un avversario che, una volta sbloccata la gara, ha dilagato senza difficoltà.
Il contesto, va detto, è tutt’altro che semplice. Di Francesco deve fare i conti con una lunga lista di indisponibili: Berisha, Gaspar, Sottil e Camarda, molti dei quali difficilmente rientreranno in questa stagione. A questi si aggiungono i nuovi problemi fisici, come quello di Gallo, e le condizioni precarie di chi è rientrato da poco, come Coulibaly, Gandelman e Veiga, tutti lontani dalla miglior forma.
In queste condizioni, affrontare un’Atalanta in grande stato era complicato; farlo con una rosa così ridotta lo ha reso, di fatto, impossibile. Il campo, impietoso, lo ha confermato. Tra le scelte più discutibili, l’impiego di Fofana in posizione avanzata, a ridosso della punta. Una soluzione che si è rivelata controproducente: il giovane francese non ha fatto mancare l’impegno, ma non possiede le caratteristiche tecniche per interpretare quel ruolo. Finché è rimasto in campo, tutte le ripartenze sono passate dai suoi piedi, per poi spegnersi sistematicamente sul più bello.
Di Francesco ha inizialmente lasciato in panchina Coulibaly e Gandelman, mentre non ha ritenuto pronti Sala e Marchwinski. Scelte che, pur potendo apparire discutibili, vanno lette alla luce di ciò che accade durante la settimana: chi non vede gli allenamenti può solo affidarsi al giudizio dell’allenatore, partendo da un presupposto semplice, ovvero che nessuno scelga deliberatamente di farsi del male.
La gara, in ogni caso, ha detto poco. Il Lecce ha retto per una ventina di minuti, poi si sono allungate le distanze tra i reparti. L’assenza di un elemento come Coulibaly, capace di legare centrocampo e attacco, si è fatta sentire in modo evidente. Da quel momento in poi, l’Atalanta ha iniziato a vincere sistematicamente i duelli e a colpire in contropiede, trovando spazi e tempi contro una squadra costantemente in affanno. I tre gol sono arrivati così, insieme ad altre occasioni sventate solo dagli interventi di Falcone.
Nel secondo tempo si è sfiorato il caos tattico. Senza uomini per sostituire ruolo per ruolo, Di Francesco ha dovuto improvvisare, passando a un 3-4-2-1 con Ndri esterno a tutta fascia, Pierotti sull’altro lato e una difesa a tre composta da Siebert, Gabriel e Ndaba. Banda e Gandelman alle spalle della punta, prima Cheddira e poi Stulic. Il risultato è stato confuso e inefficace. Nemmeno i successivi aggiustamenti, come lo spostamento di Pierotti a piede invertito, hanno prodotto miglioramenti, anzi: è stato forse il punto più basso della gara. Non ha senso cercare un unico responsabile. In una prestazione del genere non si salva nessuno.
Ciò che preoccupa davvero, però, non è tanto questa partita ormai archiviata, quanto la condizione generale della squadra in vista del finale di stagione. Affrontare lo sprint salvezza in queste condizioni psico-atletiche rischia di trasformarsi in un suicidio annunciato. Ed è un peccato, perché un Lecce in forma avrebbe le carte per giocarsi la permanenza in Serie A. Il Lecce visto contro l’Atalanta, invece, no.

