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Paolo De Paola, giornalista di Sportitalia, è esplicito, come sempre. Il Lecce ha vinto il campionato Primavera con una rosa composta unicamente da stranieri, spendendo oltre 550mila euro. Le domande di De Paola hanno una loro logica emotiva, e il disagio che esprimono è condiviso da molti. Ma rischiano di essere la risposta sbagliata alla domanda giusta:

Cosa ha fatto questo ministro dello sport per lo sport italiano? Dov'è l'attenzione ai giovani? Il Lecce due anni fa ha vinto il campionato Primavera pagando 550mila euro, 560mila euro una rosa composta unicamente da stranieri. Il campionato Primavera... Lo dico a onore del Lecce, non è colpa del Lecce, ma se questi sono i segnali... Giustamente non è colpa del Lecce, ma se questi sono i segnali che arrivano dal basso quali sono le speranze per poi sfruttare un eventuale patrimonio di giocatori giovani? Non si cercano più giovani calciatori italiani. Non si attinge più dai campionati minori. Ricordate Torricelli? Abbiamo il 30% di giocatori italiani e il 70% di stranieri. È la soglia più bassa che registriamo.

— Paolo De Paola, Sportitalia

Il mito del vivaio come fabbrica di campioni

C'è un equivoco di fondo che attraversa da anni questo dibattito: l'idea che riempire i settori giovanili di italiani produca automaticamente campioni. Non è così, e non lo è mai stato.

Francesco Totti è cresciuto a Roma nel San Giovanni, mica a Trigoria. Alessandro Del Piero in un paesino veneto. Roberto Baggio in un altro paesino veneto. Gianluigi Buffon a Carrara. Nessuno di loro è uscito da un sistema perfetto — sono usciti nonostante i sistemi imperfetti che li circondavano, perché il talento vero trova sempre una porta aperta. Se oggi in Italia ci fosse un giocatore di quella caratura — nato e cresciuto qui — emergerebbe comunque. I campioni non si fabbricano con le quote: si riconoscono, si coltivano, si rispettano.

Il problema, semmai, è proprio quest'ultimo punto: il rispetto di chi li ha scoperti.

Il vero scandalo: il furto silenzioso dei talenti

De Paola cita il Lecce con ammirazione, e fa bene a farlo. Ma dimentica — o forse non sa — che il Lecce è anche la vittima più recente di un meccanismo perverso che affligge il calcio giovanile italiano: il prelievo gratuito dei talenti da parte dei grandi club.

Ismaele Okoumassoun, nato a Lecce da famiglia di origini senegalesi, è cresciuto nei campetti locali prima di approdare al settore giovanile del Lecce, dove ha militato per quattro stagioni. Un investimento di tempo, risorse, staff tecnico, relazioni umane con la famiglia. Difensore centrale classe 2011, quasi 1,89 metri di altezza a soli 14 anni, mancino elegante e dotato di grande intelligenza tattica, è stato l'unico 2011 convocato nella Nazionale Under 15 dal CT Battisti. Un talento generazionale, secondo molti addetti ai lavori.

Risultato? Okoumassoun lascia i giallorossi ed è un nuovo calciatore della Juventus. Il club salentino non è riuscito a trattenerlo. Non è riuscito a trattenerlo perché le regole attuali non glielo permettono: i giocatori minorenni non sono vincolabili contrattualmente in modo efficace, e i grandi club — con la promessa di stipendi alle famiglie, strutture di eccellenza e la prospettiva di una carriera luminosa — possono semplicemente presentarsi alla porta e portarsi via il ragazzo.

Non è colpa della Juventus, che fa il suo mestiere. Non è colpa del ragazzo o della sua famiglia, che inseguono un sogno legittimo. È colpa di un sistema che non tutela chi investe, chi forma, chi rischia.

Chi paga il conto?

Il meccanismo è semplice e brutale. Un club come il Lecce investe anni di lavoro su un ragazzo: scouting, allenatori, strutture, attenzione quotidiana. Poi arriva la grande squadra, offre alla famiglia ciò che il Lecce non può offrire, e il giocatore va via — spesso senza che il club formatore riceva un'adeguata compensazione economica per i minori.

Le indennità di formazione previste dal regolamento FIFA esistono, ma sono spesso irrisorie rispetto all'investimento reale sostenuto. E soprattutto, non compensano la perdita strategica: quel talento avrebbe potuto trainare il settore giovanile del Lecce per anni, diventare un simbolo del territorio, generare valore sportivo ed economico per tutta la comunità salentina.

Invece se ne va a 14 anni, e il Lecce ricomincia da zero.

Cosa dovrebbe cambiare davvero

De Paola ha ragione quando dice che i segnali che arrivano dal basso sono preoccupanti. Ma la soluzione non è imporre quote di italiani nei settori giovanili — sarebbe una misura rozza che non risolve nulla e rischia di produrre effetti contrari, abbassando il livello competitivo dei campionati giovanili e quindi la qualità della formazione stessa.

Quello che serve è tutelare il lavoro di chi forma i talenti. Meccanismi di prelazione reali per i club formatori. Indennità di formazione adeguate al valore reale del lavoro svolto. Limiti più stringenti al tesseramento di giocatori minorenni da parte dei grandi club, con finestre e procedure che diano tempo ai club di provenienza di competere per trattenere i propri ragazzi.

E soprattutto: una cultura federale che smetta di guardare i numeri — quanti italiani, quanti stranieri — e cominci a guardare i processi. Chi forma, chi investe, chi costruisce davvero il futuro del calcio italiano.

Il caso Okoumassoun non è una storia di stranieri che rubano posto agli italiani. È la storia di un ragazzo italiano, scoperto e cresciuto nel Salento, sottratto a chi lo aveva valorizzato senza che il sistema facesse nulla per impedirlo.

Questo è il vero scandalo. E su questo, De Paola — e non solo lui — dovrebbe fare molto più rumore.

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