Lecce, da Ramadani a Gallo fino a Kaba: perché i club della Turchia possono spendere così tanto
Anche i giallorossi sono al centro di una dinamica che sta cambiando gli equilibri del mercato europeo. Ma dietro le offerte dei club turchi non c'è soltanto una questione di disponibilità economica...
C'è un filo conduttore che unisce alcune delle trattative più interessanti dell'estate del Lecce. È un filo che porta verso la Turchia e che racconta, in piccolo, un fenomeno ormai sempre più evidente nel calcio europeo: i club turchi stanno guardando con crescente interesse al mercato italiano, e non soltanto per individuare giocatori a fine carriera o occasioni low cost.
Questa estate il Lecce ne ha avuto una dimostrazione diretta. Prima le offerte per Ylber Ramadani, poi quelle per Antonino Gallo, rispedite al mittente, e infine l'interesse per Kaba, con una trattativa ancora da definire. Tre situazioni diverse, ma accomunate dalla stessa provenienza.
La domanda, allora, viene naturale: come fanno i club turchi, nonostante i debiti accumulati negli anni, a presentarsi sul mercato con una capacità di spesa che in alcuni casi permette loro di superare la concorrenza di società dei principali campionati europei?
La risposta sta in una combinazione di fattori economici e strutturali. E il Lecce, suo malgrado, si è trovato quest'estate a fare i conti con tutti questi elementi.
Il primo vantaggio è il fisco
Il principale punto di forza dei club turchi riguarda la tassazione degli stipendi dei calciatori.
In Turchia il prelievo fiscale sui redditi dei calciatori professionisti si attesta intorno al 20%, una percentuale particolarmente favorevole se confrontata con quella dei principali campionati europei.
In Italia, Spagna, Inghilterra e Germania il peso della tassazione sugli stipendi è infatti sensibilmente superiore e, a seconda dei casi e della struttura del contratto, può superare anche il 40-50%.
La differenza diventa enorme quando si parla di giocatori ai quali bisogna garantire ingaggi importanti.
L'esempio è semplice: per garantire a un calciatore 10 milioni di euro netti, un club italiano può arrivare a dover sostenere un costo lordo vicino ai 20 milioni. In Turchia, con una tassazione intorno al 20%, il costo necessario per arrivare allo stesso netto può essere poco superiore ai 12 milioni.
Non significa che un club turco abbia automaticamente più soldi di uno italiano.
Significa però che, a parità di disponibilità economica, una quota maggiore può essere trasformata nello stipendio netto del calciatore. Ed è un vantaggio competitivo enorme.
Perchè la Turchia
Per un giocatore che deve scegliere tra due offerte, la differenza tra il lordo pagato dal club e il netto che finisce effettivamente nelle sue tasche può diventare decisiva. I club turchi possono quindi permettersi di presentare proposte salariali particolarmente aggressive senza dover sostenere lo stesso costo complessivo che avrebbe una società dei principali campionati europei.
È uno dei motivi per cui oggi la Turchia può diventare una concorrente credibile anche quando sul tavolo ci sono giocatori che militano in Serie A.
Il paradosso della lira turca
Poi c'è un secondo elemento, decisamente più particolare: la svalutazione della lira turca.
A prima vista potrebbe sembrare un problema e basta. E certamente lo è per molti aspetti. Ma nel sistema finanziario dei club turchi produce anche un paradosso.
Una parte importante dei debiti accumulati negli anni è infatti denominata in lire turche. La forte svalutazione della moneta locale ha fatto diminuire, in termini reali e soprattutto se rapportati all'euro, il peso di una parte di quelle esposizioni.
È una dinamica che non cancella il debito e non significa che i club turchi siano improvvisamente diventati società finanziariamente sane. Ma contribuisce a spiegare come possano continuare a operare nonostante livelli di indebitamento molto elevati.
Contemporaneamente, però, i grandi club turchi hanno accesso a ricavi in valute forti.
Le partecipazioni alle competizioni UEFA portano nelle casse dei club premi e ricavi denominati in euro. Lo stesso vale per alcune operazioni di mercato: quando un calciatore viene venduto all'estero, il club turco incassa valuta forte.
Ed ecco nascere il secondo paradosso.
Da una parte il debito interno risente della svalutazione della moneta locale; dall'altra, i ricavi internazionali arrivano in euro.
Quegli euro possono poi essere utilizzati per operare sul mercato internazionale, dove cartellini e ingaggi vengono normalmente fissati proprio in euro.
È una dinamica che aiuta a spiegare la crescente aggressività dei club turchi nelle trattative con le società europee.

Il ruolo dello Stato e la ristrutturazione dei debiti
C'è poi un terzo fattore, che riguarda il rapporto tra il calcio turco e il sistema finanziario del Paese.
Il calcio in Turchia ha un peso sociale enorme ed è profondamente inserito nel contesto economico e istituzionale nazionale. In questo quadro, i grandi club hanno potuto beneficiare negli anni di interventi finalizzati alla ristrutturazione delle proprie esposizioni finanziarie.
Il passaggio più importante è stato quello del 2021, quando le banche statali hanno partecipato a un piano di ristrutturazione dei debiti dei principali club attraverso la cosiddetta Bankalar Birliği.
L'obiettivo era consentire alle società di riorganizzare esposizioni diventate difficili da sostenere, attraverso condizioni finanziarie più favorevoli e scadenze più lunghe.
Anche in questo caso è importante non confondere la ristrutturazione con la cancellazione del debito. I debiti sono rimasti.
Ma una società indebitata che deve pagare tutto immediatamente si trova in una situazione completamente diversa rispetto a una società che riesce a spalmarne il peso nel tempo.
Per i club turchi questo ha significato poter continuare a respirare finanziariamente e, soprattutto, mantenere una capacità operativa sul mercato.
Un sistema pieno di contraddizioni
È proprio questa la caratteristica più interessante del fenomeno turco. Da una parte ci sono debiti enormi, una moneta fortemente svalutata e un'economia alle prese con un'inflazione elevata.
Dall'altra ci sono club capaci di offrire stipendi importanti, acquistare giocatori dall'estero e competere per calciatori che interessano anche alle società dei principali campionati europei.
Non è una contraddizione casuale. È il risultato della combinazione di più elementi: tassazione favorevole sugli ingaggi, ricavi internazionali in euro, svalutazione della lira e ristrutturazione delle esposizioni finanziarie.
Ed è proprio questa combinazione che rende oggi i club turchi un interlocutore particolarmente interessante, ma anche particolarmente insidioso, per società come il Lecce.

E il Lecce si è trovato proprio lì
Le offerte per Ramadani, quelle per Gallo e l'ultima proposta per Kaba non sono quindi episodi completamente scollegati. Sono il riflesso, sul mercato del Lecce, di una trasformazione più ampia.
Il club salentino si è trovato a fare i conti con società che possono avere alle spalle debiti importanti, ma che allo stesso tempo dispongono di strumenti che consentono loro di muoversi sul mercato internazionale con una certa aggressività.
Per il Lecce questo significa soprattutto una cosa: quando arriva un'offerta dalla Turchia, non si può valutare soltanto la cifra del cartellino.
Bisogna capire anche quale sia la forza economica complessiva dell'interlocutore e perché quel club sia disposto a mettere sul tavolo determinate somme.
Ramadani rappresenta il caso dell'affare andato a buon fine. Gallo quello dell'offerta giudicata insufficiente e quindi respinta. Kaba, invece, è il capitolo ancora aperto.
Tre storie diverse, ma con lo stesso punto di partenza: la Turchia che guarda sempre più spesso alla Serie A e che, grazie alle particolari condizioni del proprio sistema economico e fiscale, riesce a presentarsi sul mercato con una forza che a prima vista potrebbe sembrare difficile da spiegare.
Il Lecce, questa estate, lo ha visto da vicino. E dietro le offerte per i suoi giocatori c'è molto più della semplice disponibilità economica di un singolo club: c'è un intero sistema che sta cercando di trasformare le proprie contraddizioni in un vantaggio competitivo.




