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Il CT Rino Gattuso ha scelto i portieri per i playoff mondiali: dentro Donnarumma, Meret, Carnesecchi e Caprile, fuori Wladimiro Falcone. Una decisione che, soprattutto per chi segue il Lecce, suona come un’affermazione del solito schema di esclusione dei giallorossi dal palcoscenico nazionale.

Ruolo Giocatori
Portieri Caprile, Carnesecchi, Donnarumma, Meret
Difensori Bastoni, Buongiorno, Calafiori, Cambiaso, Coppola, Dimarco, Gatti, Mancini, Palestra, Scalvini, Spinazzola
Centrocampisti Barella, Cristante, Frattesi, Locatelli, Pisilli, Tonali
Attaccanti Chiesa, F. P. Esposito, Kean, Politano, Raspadori, Retegui, Scamacca

Naturalmente dispiace questa esclusione, aspettata per carità, dato che il percorso del giocatore dei salentini, a lungo protagonista in Serie A, è stato spesso lodato per parate decisive e per la capacità di tenere a galla la squadra con interventi spettacolari.

Il discorso che emerge è duplice.

Merito sportivo vs appeal del club

Falcone in questa stagione è stato tra i migliori estremi difensori del campionato, secondo l’osservazione di addetti ai lavori e tifosi e secondo le statistiche. Se il criterio principale fosse il rendimento effettivo, la sua esclusione rischia di apparire inspiegabile. Chi guarda alle prestazioni messe in campo – alle parate che hanno portato punti in classifica per il Lecce – può legittimamente chiedersi se il portiere non meriti almeno un posto nella rosa per i playoff.

Ma se il criterio fosse l’appeal o il peso mediatico dei club di provenienza, allora la scelta di lasciare fuori un giocatore del Lecce, pur bravo, torna funzionale a una dinamica più ampia: club storicamente meno considerati a livello nazionale tendono a vedere i propri calciatori tagliati fuori da certi palcoscenici, indipendentemente dal valore mostrato in campo.

Il mito della primavera senza italiani e la responsabilità verso il territorio

C’è chi, nel dibattito sul calcio italiano, punta il dito contro le società che schierano pochi italiani in rosa, insinuando che la responsabilità per la scarsità di talenti sia, almeno in parte, delle stesse squadre. Eppure questo ragionamento è sbagliato sul piano logico e ingiusto sul piano pratico quando lo si applica a un club come il Lecce.

La Nazionale non dipende dal settore giovanile di un singolo club. In passato, giocatori cresciuti o maturati nel Lecce hanno poi vestito la maglia azzurra una volta trasferiti altrove. La questione quindi non è il presunto fallimento formativo del club, ma piuttosto la percezione e il peso che certe squadre non riescono a ottenere nel panorama nazionale. È un circolo vizioso: meno attenzione, meno convocazioni, meno visibilità, nonostante il talento o le prestazioni.

Oggi, secondo questa logica, si ripete la storia con Falcone. Un portiere che, a detta di molti, sarebbe meritevole di spazio proprio in un momento delicato come quello dei playoff, viene tenuto fuori. È la stessa cosa che accadeva con altri giocatori giallorossi in passato: ritenuti da Nazionale quando erano a Lecce, poi convocati o valorizzati solo dopo il passaggio ad altri club.

Una domanda aperta

La domanda che resta è semplice e netta: se non è il rendimento in campo a fare la differenza, quale criterio dovrebbe davvero contare per una convocazione? In un momento in cui la Nazionale cerca di ritrovare solidità e credibilità, partire da chi mostra qualità e continuità in Serie A, indipendentemente dal club di appartenenza, dovrebbe essere minimo sindacale.

La vicenda Falcone diventa quindi simbolica: più che una sola esclusione, è un richiamo a rivedere la percezione del valore nel calcio italiano. Se davvero si vuole premiare i migliori, dovrà sempre emergere chi è davvero avanti, anche quando veste la maglia di club meno mediatici.

Poi, per carità, ognuno vede il calcio come gli pare.

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