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A Lecce, prima ancora di capire cosa sia realmente accaduto, sembra essere già arrivata la sentenza. Non in tribunale, ma sui social.

La vicenda è ormai nota: un rider lascia la bicicletta nei pressi di un passo carrabile e, secondo la prima ricostruzione circolata, un Suv la travolge. Da lì parte il solito meccanismo: qualcuno racconta, altri ripetono, altri ancora aggiungono dettagli. E in poche ore il chiacchiericcio diventa “verità”.

Il problema è che molti di quelli che parlano non hanno visto nulla. Non erano presenti. Non hanno ascoltato tutte le parti. Non hanno visionato eventuali immagini. Eppure giudicano, accusano e condannano.

È proprio contro questo meccanismo che interviene Daniele Vetrugno, indicato come protagonista della vicenda. E il suo concetto è semplice: prima di infangare persone e aziende, bisogna verificare i fatti e ascoltare tutte le parti.

Vetrugno sostiene di avere video e materiale utile a dimostrare la propria versione e rivendica di aver scelto inizialmente il silenzio. Un silenzio che, precisa, non significa avere torto.

Poi arriva il passaggio più duro: annuncia che, se necessario, porterà la vicenda anche all'attenzione di Striscia la Notizia e delle redazioni Rai competenti e che tutelerà la propria reputazione «in ogni sede opportuna», anche nei confronti di chi avrebbe diffuso falsità, offese o accuse lesive.

La solidarietà sui social

E sotto il post pubblicato da Vetrugno non è mancata la reazione degli utenti. Una lunga serie di commenti esprime solidarietà all'imprenditore e sostiene la sua posizione, chiedendo a sua volta che la vicenda venga chiarita sulla base dei fatti e non delle ricostruzioni circolate online.

Un riscontro che mostra anche l'altra faccia della dinamica social: lo stesso spazio che può trasformarsi rapidamente in un tribunale può diventare, altrettanto rapidamente, il luogo in cui si formano schieramenti contrapposti.

Il problema è quando il chiacchiericcio diventa istituzionale

La questione, però, non riguarda soltanto gli utenti dei social.

Un cittadino può parlare per sentito dire. Può sbagliare, esagerare, prendere per buona una versione letta online. È il classico tribunale della tastiera: nessuna certezza, moltissime opinioni.

Ma quando a intervenire sono esponenti della pubblica amministrazione o rappresentanti delle istituzioni, la prudenza dovrebbe essere un requisito minimo.

Prima di scrivere, condividere o prendere posizione su una vicenda controversa, un amministratore dovrebbe accertare i fatti. Non perché debba difendere qualcuno, ma perché rappresenta un'istituzione e le sue parole hanno un peso diverso da quelle di un utente qualsiasi.

Perché se domani la ricostruzione iniziale dovesse risultare diversa, il post indignato resterà online, mentre la verità dovrà inseguirlo.

Ed è questo il punto più grave: si può sbagliare un'opinione. Molto più pericoloso è trasformare un chiacchiericcio in una condanna pubblica.

La vicenda dovrà essere chiarita attraverso immagini, testimonianze ed elementi concreti. Non attraverso il numero di persone che hanno deciso di commentarla.

Prima i fatti. Poi il giudizio. Non il contrario.

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