Perché nel Salento non ritirano più la plastica? Cosa sta succedendo davvero
Da settimane diversi Comuni della provincia di Lecce saltano i turni della raccolta degli imballaggi in plastica. Il problema non nasce dal porta a porta e non riguarda soltanto il Salento
Da Porto Cesareo a Copertino, passando per Monteroni, Lequile e altri centri del Salento, gli avvisi si stanno ripetendo: “non esporre la plastica”, raccolta sospesa, conferimenti temporaneamente bloccati.
Per molti cittadini la domanda è inevitabile: perché viene chiesto di differenziare la plastica se poi il Comune non riesce a ritirarla?
La risposta è più complessa di un semplice disservizio. La raccolta differenziata è soltanto il primo passaggio di una filiera molto più lunga. Ed è proprio nei passaggi successivi che, da mesi, il sistema sta incontrando difficoltà sempre maggiori.
- Raccolta plastica sospesa nel Salento: cosa sta accadendo
- Il problema era iniziato prima dell’incendio di Lequile
- L’incendio di Lequile ha aggravato una filiera già sotto pressione
- Non è una crisi solo pugliese: il problema riguarda l’Italia
- Ma perché all’improvviso è diventato così difficile riciclare la plastica?
- La plastica riciclata fa fatica a competere sul mercato
- Perché la plastica nuova può essere più conveniente di quella riciclata
- Non tutte le plastiche sono uguali
- Il collo di bottiglia: quando i magazzini si riempiono
- Eppure in Italia la raccolta continua a crescere
- CONAI aumenta i contributi per sostenere il sistema
- Cosa sta facendo l’Europa
- Perché il caso Salento oggi è più delicato
- Cosa devono fare i cittadini quando la raccolta viene sospesa
- La plastica raccolta viene quindi buttata?
- Il paradosso della differenziata
Raccolta plastica sospesa nel Salento: cosa sta accadendo
L’ultimo fronte riguarda gli otto Comuni dell’ARO Lecce 3: Arnesano, Carmiano, Copertino, Lequile, Leverano, Monteroni di Lecce, Porto Cesareo e Veglie.
Nei primi giorni di settembre la sopravvenuta indisponibilità degli impianti di trattamento ha portato diversi sindaci a sospendere temporaneamente esposizione, raccolta e conferimento degli imballaggi in plastica. Porto Cesareo e Copertino, ad esempio, hanno pubblicato specifici provvedimenti il 7 settembre.
Problemi analoghi sono stati segnalati anche nell’ARO Lecce 9, coinvolgendo Casarano, Miggiano, Montesano Salentino, Parabita e Specchia, mentre a Martano la plastica è rimasta nei contenitori a causa della saturazione degli impianti.
Il 10 settembre anche la TGR Puglia ha fotografato una situazione ormai critica: negli otto Comuni dell’ARO Lecce 3 la raccolta risultava sospesa e gli amministratori chiedevano l’intervento di COREPLA, AGER, Regione e Prefettura per trovare nuovi sbocchi ai quantitativi accumulati.
Il problema era iniziato prima dell’incendio di Lequile
Attribuire tutto all’incendio del 29 agosto a Lequile sarebbe però sbagliato.
Già il 31 luglio, oltre un mese prima dell’incendio, Porto Cesareo aveva dovuto sospendere temporaneamente la raccolta a causa dell’indisponibilità degli impianti di trattamento e recupero.
Lo stesso giorno il Comune di Specchia spiegava ai cittadini che la criticità era stata segnalata da AGER e che non aveva natura locale, ma derivava da una crisi dell’intero sistema nazionale del riciclo delle plastiche, con rallentamento dei mercati e saturazione degli impianti regionali.
Il 3 agosto la Regione Puglia aveva già convocato AGER, ANCI, Province e COREPLA per affrontare il problema. In quella sede COREPLA aveva precisato che i ritiri non erano completamente fermi, ma rallentati, e che si stavano cercando nuove piattaforme di stoccaggio, ampliamenti autorizzativi e persino possibilità di trasferire alcune frazioni fuori dall’Italia.
L’emergenza, dunque, era già aperta.
L’incendio di Lequile ha aggravato una filiera già sotto pressione
Il 29 agosto un incendio sviluppatosi nel territorio di Lequile si è propagato a un impianto di gestione dei rifiuti lungo la Statale 101. La Prefettura ha attivato le procedure previste dal piano di emergenza esterna e nei giorni successivi sono proseguiti controlli ambientali e sanitari.
Dal punto di vista della gestione dei rifiuti, la perdita di capacità dell’impianto ha avuto un effetto immediato.
La Regione è riuscita a individuare altre piattaforme per una parte dei flussi, evitando un blocco più generale, ma ha riconosciuto che le nuove destinazioni si sono trovate a gestire un ulteriore sovraccarico, soprattutto per quanto riguarda la plastica. L’assessore regionale all’Ambiente Debora Ciliento ha definito l’emergenza “di carattere nazionale”, sottolineando che l’incendio ha alterato equilibri già precari.
Non è una crisi solo pugliese: il problema riguarda l’Italia
Già a giugno la Regione Emilia-Romagna aveva scritto al Ministero dell’Ambiente denunciando una “grave crisi strutturale” del riciclo della plastica. I mancati o rallentati ritiri stavano saturando i centri di stoccaggio, con il rischio di dover destinare a recupero energetico persino materiale correttamente raccolto in maniera differenziata.
Ad agosto il problema è arrivato anche in Parlamento. In diversi atti presentati al Senato vengono citati esplicitamente il rischio di sospensione dei ritiri, la saturazione delle piattaforme e le difficoltà del mercato del riciclo. Quello che sta avvenendo nel Salento è quindi la manifestazione locale di una criticità molto più vasta.
Ma perché all’improvviso è diventato così difficile riciclare la plastica?
Qui bisogna distinguere un concetto fondamentale: raccogliere plastica e riciclare plastica non sono la stessa cosa.
Il sacco che viene ritirato davanti a casa non entra direttamente in una fabbrica per diventare una nuova bottiglia.
Dopo la raccolta, gli imballaggi devono essere trasportati verso piattaforme e centri di selezione, dove vengono divisi per tipologia di polimero, colore e caratteristiche. COREPLA spiega che nel 2025 il sistema nazionale contava 30 Centri di Selezione e Stoccaggio e che dalla raccolta vengono ricavati circa trenta diversi flussi di materiale.
Da lì ciascun materiale deve trovare un riciclatore e, soprattutto, un mercato disposto ad acquistare la materia prima riciclata che ne deriva.
La plastica riciclata fa fatica a competere sul mercato
CONAI ha riconosciuto ufficialmente già a febbraio 2026 l’esistenza di una crisi europea del riciclo delle materie plastiche, iniziata alla fine del 2025.
Tra le cause indicate figurano la riduzione dei ricavi ottenuti dalla vendita di materiali selezionati come PET e HDPE, l’aumento dei costi per avviarli a riciclo e la crescente concorrenza sia della plastica vergine sia di materiali riciclati provenienti da Paesi extra-UE.
Il risultato è apparentemente paradossale: una parte della plastica correttamente differenziata dai cittadini non trova abbastanza facilmente un compratore a valle della filiera.
Assorimap, l’associazione dei riciclatori di materie plastiche, parla di un persistente crollo delle vendite delle materie prime seconde e di una perdita strutturale di competitività del riciclato.
Perché la plastica nuova può essere più conveniente di quella riciclata
Produrre materiale riciclato non significa semplicemente “sciogliere” la plastica raccolta.
Gli imballaggi devono essere raccolti, trasportati, selezionati, separati dalle impurità, lavati, triturati e trasformati nuovamente in materia prima utilizzabile dall’industria. Tutti questi passaggi richiedono impianti, energia, personale e logistica.
La plastica vergine deriva invece dalla filiera petrolchimica e il suo prezzo è fortemente collegato all’andamento delle materie prime fossili e alla capacità produttiva internazionale. L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea come l’eccesso di offerta petrolchimica proveniente in particolare da Cina e Stati Uniti abbia contribuito negli ultimi anni a ridurre i prezzi dei polimeri vergini, mettendo pressione sul mercato dei materiali secondari.
Quando la differenza di prezzo diventa troppo grande, un’impresa che non ha obblighi specifici di utilizzo del riciclato può trovare economicamente più conveniente acquistare materia prima nuova.
Non tutte le plastiche sono uguali
Un altro elemento spesso ignorato è che parlare semplicemente di “plastica” è fuorviante. Una bottiglia trasparente in PET, un flacone in HDPE, un film flessibile, una vaschetta multistrato o un imballaggio composto da diversi polimeri non hanno la stessa facilità di riciclo né lo stesso valore economico.
COREPLA separa i materiali proprio in funzione del polimero e della maturità dei rispettivi mercati di riciclo.
Alcune frazioni hanno sbocchi relativamente consolidati. Altre sono tecnicamente più difficili e costose da trasformare, oppure producono una materia seconda per la quale esiste una domanda industriale insufficiente.
CONAI, nel definire i nuovi contributi ambientali per il 2026, ha indicato che circa il 34% dei materiali gestiti è costituito da frazioni che non dispongono di uno sbocco di mercato stabile.
Questo dato aiuta a comprendere perché aumentare semplicemente la raccolta differenziata non risolva automaticamente il problema.
Il collo di bottiglia: quando i magazzini si riempiono
A questo punto entra in gioco la capacità fisica degli impianti. Se il materiale selezionato esce lentamente dai centri perché i riciclatori lo acquistano o lo lavorano con minore velocità, le balle di plastica restano nei piazzali.
Ma ogni impianto può stoccare solo una determinata quantità di rifiuti, stabilita dalle proprie autorizzazioni. Quando viene raggiunta quella soglia, non può semplicemente continuare ad accumulare materiale.
Si crea così un effetto domino:

♻️ il riciclatore assorbe meno materiale → il centro di selezione non riesce a liberare i magazzini → la piattaforma si satura → non può accettare altri camion → il gestore comunale non sa dove conferire la plastica → il Comune sospende il turno di raccolta.
È sostanzialmente ciò che sta accadendo oggi in diversi territori salentini.
Eppure in Italia la raccolta continua a crescere

COREPLA riferisce che nel 2025 sono state raccolte quasi 1,3 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica, circa 27 chilogrammi per abitante, con un incremento del 3,75% rispetto al 2024.
Quindi i cittadini stanno raccogliendo sempre più materiale.
Ma se contemporaneamente il mercato finale della plastica riciclata rallenta, aumentano anche i quantitativi che devono essere trasportati, selezionati, stoccati e collocati.
La quantità cresce più rapidamente della capacità della filiera di assorbirla economicamente.
CONAI aumenta i contributi per sostenere il sistema
La gravità della situazione emerge anche dalle decisioni economiche prese da CONAI.
Dal 1° ottobre 2026 aumenterà il Contributo Ambientale CONAI per tutte le nove fasce degli imballaggi in plastica. Per le tipologie più problematiche il contributo arriverà fino a 922 euro a tonnellata.
CONAI spiega che l’intervento serve a garantire risorse sufficienti per mantenere in funzione le filiere di raccolta, selezione e riciclo e assicurare almeno il raggiungimento del 50% di riciclo previsto dal sistema. Non è quindi soltanto un problema logistico: il sistema sta diventando più costoso da mantenere.
Cosa sta facendo l’Europa
La crisi non è passata inosservata neppure a Bruxelles. Nell’aprile 2026 la Commissione europea ha rilanciato la Circular Plastics Alliance, riconoscendo le nuove difficoltà dell’industria europea del riciclo.
Dal 12 agosto sono inoltre entrate progressivamente in applicazione le nuove regole europee sugli imballaggi previste dal PPWR. Tra gli obiettivi del regolamento ci sono proprio il rafforzamento del mercato delle materie prime seconde, una maggiore riciclabilità degli imballaggi e, dal 2030, obblighi più incisivi sull’utilizzo di plastica riciclata nei nuovi packaging.
Si tratta però di misure strutturali destinate a produrre effetti nel medio periodo. Non risolvono nell’immediato il problema dei piazzali pieni nel Salento.
Perché il caso Salento oggi è più delicato
Nel territorio leccese si sono quindi sovrapposti tre problemi.
- Il primo è la crisi europea e nazionale del riciclo, che ha ridotto gli sbocchi economici per alcune plastiche.
- Il secondo è la saturazione degli impianti pugliesi, già evidente tra luglio e agosto.
- Il terzo è l’incendio di Lequile, che ha tolto capacità a un sistema che lavorava già al limite.
È questa combinazione a spiegare perché oggi il problema sia particolarmente visibile in provincia di Lecce.
Cosa devono fare i cittadini quando la raccolta viene sospesa
Le indicazioni possono cambiare da Comune a Comune e devono essere seguite attraverso i canali ufficiali delle amministrazioni.
Nei Comuni in cui è stato disposto lo stop, generalmente viene chiesto di non esporre sacchi o mastelli della plastica e, in alcuni casi, di non utilizzare neppure il Centro Comunale di Raccolta.
Il Comune di Specchia, già a luglio, aveva invitato i cittadini a conservare temporaneamente gli imballaggi correttamente differenziati all’interno delle proprie proprietà e soprattutto a non abbandonarli in strada o nelle campagne.
La plastica raccolta viene quindi buttata?
Non necessariamente. La crisi non significa che tutta la plastica differenziata sia improvvisamente diventata inutile o non riciclabile.
Il sistema continua a selezionare e avviare al riciclo grandi quantità di materiale. COREPLA ha come funzione proprio quella di organizzare la rete di raccolta, selezione, riciclo e, per le frazioni non riciclabili, recupero energetico.
Il problema attuale riguarda soprattutto la velocità e la sostenibilità economica con cui il materiale riesce a uscire dalla filiera, oltre agli spazi disponibili per conservarlo in attesa della destinazione successiva.
Il paradosso della differenziata
La vicenda salentina mette in evidenza uno dei problemi più delicati dell’economia circolare. Negli ultimi anni ai cittadini è stato chiesto, correttamente, di differenziare sempre di più. La raccolta è cresciuta e gli obiettivi europei sono diventati più ambiziosi.
Ma una vera economia circolare non si realizza quando un rifiuto entra nel bidone giusto. Si realizza quando quel rifiuto diventa realmente una nuova materia prima e qualcuno ha interesse economico a utilizzarla al posto di una materia vergine.
Se manca l’ultimo anello, tutto ciò che viene prima rischia di congestionarsi.
È esattamente ciò che sta avvenendo oggi: dal mercato europeo fino al mastello davanti alle abitazioni del Salento.

