Konan N'Dri è lo specchio del Lecce di oggi: a noi il talento ci fa schifo
Schierato dall’inizio solo per necessità, tolto nel suo momento migliore e sostituito da un Banda non al meglio: la gestione dell’esterno giallorosso continua a sollevare dubbi
Più che una semplice scelta tecnica, ormai sembra un messaggio reiterato. Konan N’Dri gioca poco, parte quasi mai dall’inizio e, quando finalmente viene schierato, resta sempre la sensazione che basti il primo appiglio utile per toglierlo dal campo. Anche ieri è andata così. Di Francesco lo ha mandato nell’undici iniziale per evidente necessità, perché le alternative erano ridotte e perché difficilmente, in condizioni normali, lo avrebbe scelto dal primo minuto.
Eppure il paradosso è sempre lo stesso: N’Dri è uno dei pochi giocatori offensivi della rosa che, per caratteristiche, può saltare l’uomo, creare squilibrio, portare il pallone in avanti e accendere qualcosa in una fase offensiva che da settimane produce troppo poco. E anche ieri, dentro una partita complicata e dentro un Lecce che continua ad avere enormi limiti nella costruzione offensiva, qualcosa ha provato a farlo.
I numeri, pur senza raccontare una prestazione travolgente, dicono comunque che la sua partita aveva dentro alcuni segnali precisi. N’Dri ha chiuso con 31 tocchi, 3 dribbling riusciti, 6 trasporti progressivi e oltre 135 metri di distanza progressiva palla al piede. Sono dati che, nel contesto di questo Lecce, aiutano a capire una cosa elementare: quando riceve, N’Dri prova ad avanzare, prova a rompere la linea, prova a dare sviluppo. Non sempre ci riesce, ma almeno cerca di portare il gioco in una direzione offensiva.
E non c’è soltanto questo. N’Dri offre anche una copertura utile in fase difensiva, aspetto sul quale probabilmente si sono poggiate le scuse principali sul suo mancato impiego. Ieri, ad esempio, un suo intervento dentro l’area di rigore è stato salvifico. Non è un dettaglio secondario, perché racconta di un giocatore che non dà solo strappo e corsa in avanti, ma che dentro la partita resta acceso anche nelle letture di ripiegamento. Ha chiuso con due contributi difensivi e due contrasti, uno dei quali vinto, dentro una gara in cui il lavoro senza palla era tutt’altro che marginale e in una partita in cui si è giocato spesso dal lato opposto per tutto il primo tempo.
Allora qualche domanda ce la facciamo. In una squadra che fatica terribilmente a creare pericoli, un calciatore con quelle caratteristiche dovrebbe essere gestito come una risorsa da esplorare, non come una parentesi da chiudere appena possibile. Invece al 56’ Di Francesco lo ha tolto, proprio quando il giocatore sembrava dentro la partita con fiducia e gamba, per inserire un Banda acciaccato. Ed è stata una sostituzione che ha dato ancora una volta la stessa impressione: l’allenatore non si fida davvero di lui.
Si può discutere sulla qualità della sua prestazione, sui limiti nella pulizia tecnica, sulle letture ancora acerbe. Tutto legittimo. Ma qui il tema non è sostenere che N’Dri sia la soluzione di tutti i problemi del Lecce. Il tema è un altro: in una squadra che davanti produce poco o nulla, perché uno dei pochi profili in grado di creare strappo e imprevedibilità continua a essere trattato come un’opzione marginale?
La sensazione è che su N’Dri esista una certa diffidenza. Non da ieri, non da una partita soltanto. Da settimane. E questo rende ancora più difficile leggere certe scelte. Perché il Lecce, soprattutto nella fase offensiva, non può permettersi di ignorare chi ha uno contro uno, corsa e capacità di creare apprensione agli avversari. A maggior ragione se parliamo di un giocatore che, per diverse settimane, è stato perfino il capocannoniere della squadra pur giocando spezzoni e pur muovendosi dentro un sistema offensivo poverissimo.
N’Dri non ha avuto continuità, non ha avuto vera fiducia, non ha avuto centralità. E nonostante questo, in un attacco che ha fatto fatica quasi con chiunque, era riuscito comunque a lasciare traccia. Perché riusciva a produrre qualcosa anche in pochi minuti. È esattamente ciò che dovrebbe spingere un allenatore ad approfondire, a insistere, a capire fin dove può arrivare quel contributo. Invece nel Lecce succede il contrario: appena può, Di Francesco torna su soluzioni più conservative o più in linea con le sue gerarchie.
A rendere tutto più difficile, poi, c’è il contesto generale. Il Lecce ha una fase offensiva povera, prevedibile, quasi sempre sterile. In questo scenario, un giocatore imperfetto ma verticale, aggressivo e anche disponibile al sacrificio difensivo dovrebbe avere almeno il beneficio del tentativo. Dovrebbe essere una carta da usare con più convinzione, non un corpo estraneo da rimettere in panchina.
Per questo il caso N’Dri non riguarda soltanto il singolo. Riguarda l’idea di calcio del Lecce di oggi. Una squadra che ha bisogno di strappi ma li mortifica, che ha bisogno di coraggio ma sceglie quasi sempre la prudenza, che ha bisogno di produrre di più eppure rinuncia presto a uno dei pochi che può creare disordine negli avversari.
Poi certo, N’Dri non sarà un giocatore totale, non avrà ancora completezza, e forse non offrirà tutte le garanzie richieste dal suo allenatore. Ma il punto resta. Se continui a toglierlo proprio quando sembra poter incidere, se continui a usarlo solo quando sei costretto, allora non stai soltanto gestendo un calciatore: stai certificando che, ai tuoi occhi, quel calciatore non gode di vera fiducia. E nel Lecce di oggi, francamente, è una scelta che si capisce sempre meno.




