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Udinese-Cremonese è finita 0-1.

Una partita che, nelle ore precedenti e poi in quelle successive, ha acceso discussioni, sospetti, ironie e accuse più o meno velate. Tanti tifosi, opinionisti e persino sostenitori dell’Udinese hanno avuto la sensazione che i bianconeri non abbiano giocato quella gara con il massimo dell’intensità possibile.

A noi, sinceramente, le motivazioni presunte interessano relativamente. Non interessa inseguire teorie, processi social o dietrologie impossibili da dimostrare.

Interessa però l’idea.

L’idea che possa esistere una partita affrontata senza il fuoco agonistico necessario. L’idea che qualcuno possa anche solo pensare che una squadra abbia inconsciamente favorito un’altra.

Poi guardi Sassuolo-Lecce. E lì sembra davvero una finale di Champions League. Vi ricordate quando appena due settimane fa l'opinione pubblica attaccava il Lecce, e squadre come quelle giallorosse, per non essere competitive, per non offrire spettacolo in campo? Bene, ieri nulla di tutto questo.

Il Sassuolo, già senza obiettivi reali di classifica, gioca una partita feroce. Aggredisce, pressa, colpisce pali e traverse, segna un gol annullato per fuorigioco, rimonta due volte e nel finale entra perfino in una maxi rissa costata il rosso a Del Rosso. I neroverdi hanno fatto esattamente quello che una squadra professionistica dovrebbe sempre fare: giocare per vincere. Forse per orgoglio. Forse per congedarsi bene davanti al proprio pubblico. Forse per obiettivi personali, statistiche, record o semplicemente dignità sportiva.

Ed è proprio qui il punto. Al Lecce non regala niente nessuno. Mai.

Ed è una sensazione che dalle parti del Via del Mare conoscono bene da anni. È un concetto che Saverio Sticchi Damiani ha ripetuto più volte: in Serie A il Lecce è solo. Non ci sono santi in paradiso. Non ci sono alleanze. Non ci sono aiutini, scorciatoie o protezioni politiche e sportive. Ogni singolo punto conquistato dal Lecce passa attraverso sofferenza, battaglia e sacrificio.

Per questo motivo nessun tifoso giallorosso dovrebbe mai sentirsi quasi “in colpa” per una possibile salvezza. Nessuno dovrebbe permettersi di raccontare questa stagione come una permanenza ottenuta perché altri “hanno fatto meno punti del previsto”.

No. Se il Lecce si salverà, sarà perché ancora una volta si sarà guadagnato tutto sul campo. Come sempre.

E forse la cosa più bella della notte di Reggio Emilia è stata proprio questa sensazione collettiva. Per una sera si è ricompattato tutto l’ambiente. Gufi e lecchini. Guelfi e ghibellini. Critici e ottimisti. Tutti insieme. Perché nelle stagioni difficili si può discutere di moduli, allenatori, mercato e società, ma poi arriva un momento in cui conta soltanto una cosa: restare uniti per l’obiettivo comune.

E forse la vera fotografia della serata non è soltanto il gol di Stulic al 96’. È l’abbraccio collettivo di un popolo che, almeno per una notte, si è ricordato di essere dalla stessa parte.

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