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Pochi giorni dopo la clamorosa eliminazione dell’Italia al Mondiale di Sudafrica 2010 — chiuso mestamente all’ultimo posto nel girone da testa di serie, con due pareggi contro Paraguay e Nuova Zelanda e la sconfitta decisiva contro la Slovacchia — il calcio azzurro si trovò davanti a un bivio.

In quel momento di rottura, Roberto Baggio provò a indicare una strada. L’ex numero 10, simbolo di Italia ’94, mise sul tavolo un imponente progetto di riforma: un dossier da circa 900 pagine pensato per ripensare dalle fondamenta l’intero sistema, partendo dal cuore pulsante del movimento, il settore giovanile.

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, il “Divin Codino” ha poi ricordato con amarezza quel passaggio istituzionale: “Ci fecero attendere cinque ore in anticamera per poi concederci appena un quarto d’ora di ascolto”. Un episodio che, col senno di poi, fotografa bene la distanza tra intenzioni e reali possibilità di incidere.

Il progetto Baggio

Il progetto, elaborato insieme a un gruppo di circa cinquanta collaboratori, nasceva in un momento in cui Baggio era stato anche nominato presidente del Settore Tecnico della FIGC, con il compito di contribuire alla ricostruzione delle basi del calcio italiano. Ma quell’esperienza si concluse senza sviluppi concreti. Il dossier, di fatto, non trovò mai applicazione.

Sono passati sedici anni da allora. Nel frattempo, la Nazionale ha vissuto un’altra eliminazione al primo turno ai Mondiali del 2014 e ha poi guardato le successive tre edizioni della competizione da casa. Eppure, molte delle criticità sollevate allora restano attuali.

Il fulcro della proposta di Baggio era chiaro: rivoluzionare la formazione dei giovani calciatori, riportando la tecnica al centro del percorso di crescita, prima ancora della tattica. L’idea era quella di bambini costantemente a contatto con il pallone, favorendo familiarità, creatività e amore per il gioco attraverso la pratica continua.

Anche il sistema di selezione e valutazione veniva ripensato: test misti, non solo fisici ma anche tecnici, per evitare che la prestanza atletica oscurasse il talento puro. Un cambio di paradigma rispetto a un modello giudicato troppo sbilanciato sulla struttura fisica.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

Piano ambizioso

Sul piano organizzativo, il piano era ancora più ambizioso. Baggio immaginava una rete di circa cento centri federali distribuiti su tutto il territorio nazionale, ciascuno guidato da tre tecnici con profili altamente qualificati: laurea, esperienza professionistica e spiccate doti educative.

Attorno a questi centri avrebbe dovuto operare una struttura di osservatori e ricercatori federali, collegati in tempo reale con gli allenatori sul campo per monitorare e valorizzare i giovani talenti. L’obiettivo era arrivare a visionare fino a 50.000 partite l’anno, costruendo una banca dati nazionale con video, report e analisi di allenamenti e gare.

Un sistema integrato, moderno per l’epoca, basato su condivisione delle informazioni e lavoro di rete tra i centri. Un’idea che oggi, a distanza di anni, suona sorprendentemente attuale.

E forse non è un caso che proprio dopo l’ennesima delusione internazionale — come accaduto recentemente — si torni a parlare degli stessi nodi: formazione, qualità tecnica, visione a lungo termine.

Un progetto nato sedici anni fa, rimasto senza seguito. E che oggi, riletto a posteriori, appare meno come un’utopia e più come un’occasione mancata.

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