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“Mio padre era malato per il Lecce. Ha ricevuto critiche ma era troppo innamorato di quei colori. Fin da piccolo, ha sempre amato quella squadra, era la sua grande passione. A conti fatti, posso dire che ha perso circa 117 milioni di euro con il Lecce ma a lui non importava, era un tifoso vero”.

A parlare è Rico Semeraro, ex presidente del club salentino e figlio di Giovanni, un uomo che con la sua famiglia rappresenta un pezzo di storia della compagine giallorossa: 

“Da presidente ho vissuto tanti momenti indimenticabili. Non posso scordare quel Lecce-Palermo, che ha poi sancito la promozione, con il record di tifosi al Via Del Mare. O la vittoria di Reggio Calabria con Delio Rossi. Da quel successo, infatti, è partita una cavalcata storica, con la squadra che ha acquisito consapevolezza e giocato un girone di ritorno da Champions League”.

Durante la nostra intervista, nonostante siano passati vent’anni ormai, Rico ricorda tutto nei minimi particolari, segno che quello che ci sta raccontando lo sente ancora addosso per averlo vissuto sulla sua pelle:

“Ho avuto la fortuna di guidare la squadra nel momento più alto della gestione della mia famiglia. Ovviamente non è stato solo merito mio, anzi. Io ho raccolto i frutti del lavoro che è stato compiuto qualche anno prima di me. Abbiamo fatto tanti sacrifici ma siamo stati anche fortunati. Le salvezze, la promozione, i successi della Primavera, immagini che fai fatica a dimenticare. Devo dirvi che quando sono diventato presidente io, mio padre mi ha chiesto di ridimensionare le spese e dare importanza al bilancio. Prima di quel momento avevamo speso tantissimi soldi, dopo invece ho comprato solo Cassetti ed effettuato tante cessioni. In B, con Delio Rossi, avevamo sì una squadra competitiva ma scegliendo comunque di abbassare di parecchio il monte ingaggi. Posso dire che, negli anni di gestione della mia famiglia, sono stato l’unico a chiudere il bilancio in utile. Credetemi, mantenere la Serie A a Lecce, nel profondo Sud, è davvero complicato. Con me presidente abbiamo iniziato a fare quello che adesso è normalità per la compagine societaria attuale, con Corvino che ha portato a casa ragazzi giovani da valorizzare”. 

Rico è legato alla maglia, al club ma anche ai personaggi che l’hanno indossata e resa grande, sia da calciatori che da dirigenti:

“Sono legato ai capitani delle mie stagioni. Giacomazzi, Ledesma, Tonetto, ma anche Chevanton, con il quale ho ancora oggi un rapporto splendido, Stovini e tanti altri che ora non vorrei dimenticare. Mi arrabbio ancora oggi quando sento parlare di calciatori mercenari. Per loro è un lavoro e fanno bene a cogliere le opportunità economiche. L’importante è che diano tutto per la maglia che indossano. Se ripenso a quelle stagioni, poi, non posso non citare Pantaleo Corvino. Quando stava con noi era diverso, perché era proiettato a mettersi in luce per la sua carriera. All’epoca ha costruito la sua carriera attraverso il Lecce, adesso invece è tornato solo per amore di questa terra, ha una visione più matura. Con mio padre ha investito tanto, portando Lucarelli, Chevanton, Giacomazzi, tutti a cifre importanti per quel periodo. Anche Vucinic, ad esempio, è stato pagato 800 milioni, tantissimi soldi per un ragazzo di quell’età. Con me alla presidenza, invece, ha puntato molto sui giovani, ha costruito plusvalenze come sta facendo adesso, in un’epoca diverse ma con lo stesso entusiasmo. Ha una rete di osservatori pazzeschi ma alla fine decide lui, rischia e ha quasi sempre ragione. Hjulmand è un colpo alla Corvino, il suo mestiere è un’arte. Vi svelo anche un retroscena che credo sia ormai noto: avevamo preso Berbatov, era fatta. Poi alla fine è saltato. Guardate che carriera ha fatto l’attaccante bulgaro, eravamo arrivati anche lì prima degli altri.”. 

I ricordi si susseguono e Rico non riesce a fare a meno di raccontare quelle stagioni. Lo fa con la voce piena di entusiasmo misto a malinconia, per quello che è stato e non sarà più. In un passaggio ricorda Zeman, un allenatore con il quale ha avuto un rapporto particolare, potremmo definirlo di amore e odio, tanto da consigliare a suo padre di non richiamarlo due anni dopo il suo addio:

 

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