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Lunedì mattina, via Rosellini diventa il centro nevralgico del calcio italiano. L’Assemblea della Lega Serie A è chiamata a un passaggio tutt’altro che ordinario: provare a blindare la candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. Obiettivo dichiarato: costruire una maggioranza solida, almeno 16 voti su 20, per riempire il vuoto lasciato dalle dimissioni di Gabriele Gravina.

Il conto, però, è tutt’altro che chiuso. Nei corridoi del potere calcistico si sussurra che i consensi reali oscillino tra 11 e 12, ben lontani dalla soglia di sicurezza. Per questo i grandi club sono pronti a fare quadrato: in prima linea Aurelio De Laurentiis, che ha già speso parole pesanti per Malagò, definendolo “la persona perfetta”. Un’investitura che pesa, ma che da sola non basta.

Partita doppia

La partita è doppia: interna ed esterna. Da un lato c’è da compattare la Serie A, evitando crepe e distinguo che potrebbero indebolire il fronte. Dall’altro c’è da fronteggiare la candidatura di Giancarlo Abete, forte dell’appoggio della Lega Nazionale Dilettanti. Un blocco che, storicamente, sa incidere e orientare gli equilibri.

Voto decisivo

Il voto decisivo è fissato per il 22 giugno, ma la sensazione è che la vera partita si giochi adesso. Perché, nonostante il peso della Serie A si fermi al 18% del corpo elettorale, una convergenza compatta su Malagò avrebbe un valore politico enorme. Sarebbe il segnale di una volontà di cambiamento: una ristrutturazione profonda del sistema, dai vivai ai rapporti istituzionali con il Governo.

Dall’altra parte resiste il fronte conservatore, che guarda con favore a profili di continuità come quello di Demetrio Albertini. Una linea prudente, che punta alla stabilità più che alla rivoluzione.

Il calcio italiano, ancora una volta, si trova a un bivio: scegliere se cambiare davvero o restare fedele a sé stesso. E via Rosellini, lunedì mattina, sarà molto più di una semplice riunione.

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