header logo

È un'analisi cruda, ma che tocca il nervo più scoperto e doloroso del calcio moderno, specialmente alle nostre latitudini. Se guardiamo al calcio come alla complessa industria che è diventata, dobbiamo partire da un freddo ma inoppugnabile dato: il cartellino di un calciatore è un asset (si ammortizza a bilancio, si rivaluta, si rivende), mentre l'ingaggio e, soprattutto, le provvigioni agli agenti sono costi vivi. Fiumi di denaro che escono definitivamente dalle casse dei club e non tornano mai più indietro.

Il quadro attuale fotografa una realtà innegabile. Per capire come il sistema italiano sia arrivato a questo cronico livello di stallo, bisogna analizzare il meccanismo che ne regola il motore: il guadagno sulla movimentazione.

Il vero cortocircuito del mercato risiede nella natura stessa degli introiti di un procuratore. Un agente, infatti, monetizza pochissimo se il suo assistito firma un contratto di dieci anni e giura amore eterno alla maglia diventandone una bandiera; guadagna ogni singola volta che il calciatore si sposta, rinegozia gli accordi o si svincola. Questo modello di remunerazione crea un potenziale e strutturale conflitto di interessi, perché incentiva economicamente la movimentazione del calciatore. Il caso dei cosiddetti "parametri zero" ne è l'emblema assoluto: l'assenza del costo del cartellino per il club acquirente si traduce sistematicamente in milioni di euro risparmiati che vengono spesso redistribuiti tra commissioni alla firma, ingaggi e compensi agli intermediari.

Per dare la reale dimensione di questo salasso, basta sfogliare i report annuali della FIGC. Le cifre versate dalle società di Serie A, B e C ai procuratori sono impressionanti e in costante lievitazione, raggiungono le centinaia di milioni di euro a stagione. È liquidità che viene letteralmente drenata dal sistema; risorse preziose che, anziché essere investite in infrastrutture, nello sviluppo dei vivai o nel risanamento di bilanci sempre più in rosso, escono definitivamente dai conti delle società.

Se confrontiamo l'era attuale con il passato, la disparità è lampante. Prima della deregulation totale del mercato, le società detenevano un potere contrattuale superiore. Oggi, stretti nella morsa del fair play finanziario e dei rigidi controlli della CoViSoC, i dirigenti italiani vivono in trincea: da un lato la legge e le normative impediscono di fare debiti allegri come nei primi anni Duemila (per fortuna) dall'altro devono confrontarsi con un mercato nel quale i procuratori dispongono di un peso negoziale sempre maggiore, soprattutto quando un calciatore si avvicina alla scadenza del contratto. 

In questo ecosistema asfittico, il mercato italiano si paralizza e i talenti diventano merce di scambio prematura. L'esempio di profili giovani come quello di Palestra e di altri ragazzi emergenti è dolorosamente emblematico: non appena un talento nostrano mostra del potenziale, si scatena la corsa all'oro. Non è necessariamente una scelta dettata esclusivamente da ragioni tecniche, ma è evidente che ogni trasferimento genera anche un'importante operazione economica per tutti i soggetti coinvolti. Risultato? Se il denaro manca, i calciatori bravi dall'estero non arrivano più, e i migliori talenti italiani lasciano il campionato sempre più presto.

Esistono contromisure a questa deriva? La FIFA ha tentato di porre un argine introducendo un tetto massimo alle commissioni (il cap) e ripristinando l'obbligo di un albo nazionale, ma si è inevitabilmente schiantata contro una fitta ragnatela di ricorsi legali. Le sentenze dei tribunali europei, invocando la libera concorrenza, hanno di fatto rallentato o sospeso l'applicazione di alcune delle principali riforme.

Finché non si arriverà a una regolamentazione globale, ferrea e impermeabile alle scappatoie legali, il calcio italiano (orfano dei diritti tv faraonici della Premier League o dei capitali illimitati dei fondi arabi ) continuerà a recitare il ruolo di vittima sacrificale. Il problema non è la figura del procuratore, prevista e riconosciuta dall'ordinamento sportivo, ma un modello economico che finisce per incentivare la continua movimentazione dei calciatori e che sposta una quota sempre maggiore delle risorse fuori dai bilanci dei club. È su questo meccanismo, più che sui singoli protagonisti, che il calcio italiano dovrebbe interrogarsi se vuole tornare a essere competitivo.

Via del Mare, il conto alla rovescia è iniziato: completato il "compression ring", lo stadio prende forma