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Alla fine il Lecce ce l’ha fatta ancora. Per la quarta volta consecutiva conquista la salvezza in Serie A e si prepara a disputare il quinto campionato di fila nella massima serie. Un traguardo che, fino a pochi anni fa, sembrava quasi impensabile per una realtà di provincia del profondo Sud e che oggi, invece, certifica qualcosa di più importante della semplice permanenza: la solidità di un progetto.

È stata una stagione vissuta spesso in apnea, tra difficoltà, critiche e momenti nei quali il destino sembrava già scritto. Eppure, ancora una volta, il Lecce ha risposto sul campo. Contro tutto e contro tutti, verrebbe da dire. Ma soprattutto contro quella diffidenza che accompagna da sempre le squadre considerate “piccole”, destinate, secondo molti, a un ruolo marginale nel grande calcio italiano.

I conti, però, si fanno alla fine. E il Lecce i suoi li presenta con 38 punti: una quota che non regala nulla e che non impone di guardare ai risultati degli altri. Una salvezza meritata, costruita con sacrificio, compattezza e identità. I meriti sono di Di Francesco, Del Rosso e dei ragazzi, capaci di restare in piedi anche nei momenti più complicati della stagione.

Ma sarebbe riduttivo limitarsi al campo. Perché la vera forza del Lecce sta nella continuità di una società con in testa Saverio Sticchi Damiani, il suo presidente “visionario”, che, anno dopo anno, continua a lottare senza tradire sé stessa. La proprietà e la dirigenza (pur con qualche errore di valutazione, inevitabile nel calcio) hanno avuto ragione ancora una volta. E i risultati degli ultimi cinque anni parlano chiaro: dalla promozione culminata con il primo posto in Serie B fino alle quattro salvezze consecutive, il club ha costruito un percorso credibile e sostenibile.

In un calcio italiano attraversato da crisi finanziarie, proprietà opache e progetti spesso effimeri, il Lecce rappresenta quasi un’anomalia virtuosa. Una società del Sud che mantiene i conti in ordine, valorizza il territorio e raggiunge gli obiettivi senza inseguire illusioni o scorciatoie.
Ecco perché chi continua ad agognare fondi stranieri o proprietà estere dovrebbe forse fermarsi a riflettere. I capitali internazionali non sono sinonimo automatico di successo: basti guardare alle difficoltà vissute da altre realtà, sia titolate che meno. Non solo quelle che centrano gli obiettivi. Troppo facile parlare del Como, ma quella è solo l’eccezione: sono tante le proprietà straniere o i fondi che deludono in A, retrocedono o galleggiano in B. Il denaro, da solo, non basta. Non compra appartenenza, non compra identità, non compra quell’attaccamento autentico che una dirigenza salentina riesce a trasmettere alla squadra e alla città.

Oggi Lecce può tirare un sospiro di sollievo. La Serie A resta al Via del Mare e non era affatto scontato. Anzi, è un risultato che merita rispetto nazionale.

Qualche giorno fa, dopo la retrocessione del Bari in Serie C, in una trasmissione televisiva un ospite ha dichiarato: “Insieme al Bari retrocede tutta la Puglia”. Una frase suggestiva, forse efficace televisivamente, ma profondamente sbagliata. Perché il Lecce resta lì. In piedi. E continua a essere un faro non solo per la Puglia, ma per gran parte del Sud Italia.

Con buona pace di tutti.

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