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C’è chi nelle conferenze stampa gira intorno ai problemi. E poi c’è Silvio Baldini, che entra a gamba tesa senza bisogno di urlare. Diretto, ruvido, autentico. Stavolta il ct ad interim dell’Italia — scelto per guidare gli azzurri nelle amichevoli di giugno — ha messo sul tavolo tutto quello che, secondo lui, non funziona nel calcio italiano. E lo ha fatto nel suo stile: chiaro, senza diplomazia e senza paura di scontentare qualcuno.

Chi arriverà sulla panchina dell’Italia deve sapere anche qual è il lavoro dell’Under 21”. Una frase che pesa. Perché dentro c’è l’idea di continuità, di progetto, di futuro. E infatti Baldini non si è limitato ai nomi più attesi come Gianluigi Donnarumma e Francesco Pio Esposito: ha scelto anche i suoi ragazzi, quelli conosciuti e cresciuti nel percorso azzurro giovanile. Un messaggio preciso: il talento italiano c’è, basta avere il coraggio di guardarlo.

Il punto, però, è proprio questo. Il coraggio. O meglio: la mancanza di coraggio di chi decide.

L'attacco ai dirigenti italiani

Baldini non usa mezze misure quando parla dei dirigenti italiani: “Il calcio è in mano a persone che pensano ai propri interessi e non alla crescita del gioco”. Poi affonda ancora di più: “Alcuni li chiamo lestofanti”. Parole durissime, che fotografano un sistema dove troppo spesso conta più il mercato immediato che la costruzione di un patrimonio tecnico.

L’accusa è semplice ma devastante: in Italia si preferisce comprare un trentanovenne pronto all’uso piuttosto che rischiare su un ragazzo del vivaio. E così i giovani rimangono bloccati, senza minuti, senza errori, senza esperienza. “Se giochi poche partite, il tuo valore rimane ingabbiato”, dice Baldini. Ed è difficile dargli torto.

Il paradosso

Perché il paradosso è proprio questo: le nazionali giovanili italiane continuano spesso a fare bene, ma il problema arriva dopo. Nel salto verso il calcio vero, quello dei club, della Serie A, delle responsabilità. Un imbuto che da anni soffoca il ricambio generazionale.

Baldini, però, non cerca alibi federali. La sua accusa va dritta alle società: “Non è un problema della Federazione. È un problema delle squadre”. Tradotto: se i club non cambiano mentalità, il calcio italiano continuerà a vivere di nostalgia e non di prospettiva.

Eppure, in mezzo alle critiche, resta anche l’emozione. Perché guidare la Nazionale, pure per due amichevoli, non è mai una cosa banale. “Le amichevoli non esistono”, spiega Baldini. “C’è sempre in palio l’onore”. Una frase vecchio stampo, quasi romantica, che racconta bene il personaggio: uno che vede ancora la maglia azzurra come un privilegio e non come una vetrina.

Per me è un premio inaspettato”, confessa. Ma conoscendo Baldini, il premio più grande sarebbe vedere finalmente un calcio italiano meno impaurito e molto più disposto a credere nei suoi giovani.

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