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“Devo dire che sta crescendo dal punto di vista prestativo”. La frase, pronunciata ieri da Eusebio Di Francesco in conferenza stampa riferendosi a Gandelman, ha acceso subito una piccola lampadina nella memoria di molti tifosi del Lecce. Perché quella parola, “prestativo”, nel mondo giallorosso non passa inosservata. Anzi, riporta direttamente al primo anno di Serie A con Marco Baroni, quando il tecnico la ripeteva spesso fino a trasformarla quasi in un marchio linguistico involontario di quella stagione.

Il punto, però, è semplice: “prestativo” in italiano non esiste. Non è una parola corretta nell’uso comune e non appartiene al lessico di chi scrive o parla in modo formale. È una di quelle forme che ogni tanto emergono nel linguaggio sportivo per indicare qualcosa che ha a che fare con la prestazione, ma che in realtà sarebbe meglio sostituire con espressioni corrette e più pulite.

Nel caso specifico, Di Francesco voleva evidentemente dire che Gandelman sta crescendo sul piano della prestazione, oppure sotto il profilo del rendimento. Il senso è chiarissimo, anche se il termine usato non lo è altrettanto dal punto di vista lessicale. “Prestativo”, insomma, viene impiegato come scorciatoia per sintetizzare un miglioramento legato alla qualità della prova, alla tenuta, alla resa complessiva in campo.

È proprio questo il motivo per cui la parola, pur non essendo corretta, viene capita al volo da chi ascolta. Nel calcio succede spesso: si formano espressioni spurie, non del tutto italiane, ma funzionali dentro un certo gergo. “Prestativo” è una di queste. Non andrebbe promosso in un testo scritto con attenzione, però nel parlato tecnico finisce per vivere di una sua strana efficacia. Si capisce cosa vuole dire, anche se quel modo di dirlo non regge davvero.

A Lecce, però, il discorso non si ferma alla lingua. Perché “prestativo” non è solo una parola sbagliata: è anche un piccolo richiamo scaramantico. Baroni, nel primo anno di Serie A, la usava con una certa continuità. E quella stagione finì nel modo che tutti ricordano: con una salvezza costruita giornata dopo giornata, dentro un percorso che poi è rimasto nella memoria positiva dell’ambiente.

E allora è quasi inevitabile che, sentendola pronunciare di nuovo, qualcuno abbia sorriso. Non per la correttezza dell’italiano, che resta discutibile, ma per il suo possibile valore simbolico. Se la parola non esiste nei dizionari ma ha accompagnato una stagione finita bene, nel calcio — dove la razionalità convive sempre con riti, segnali e piccole superstizioni — può anche diventare una specie di formula portafortuna.

Naturalmente non sarà una parola a cambiare il destino del Lecce. Non sarà “prestativo” a portare punti o a correggere i problemi offensivi della squadra. Però nel linguaggio del calcio, che vive anche di dettagli, abitudini e richiami inconsci, certi suoni restano. E questo, nel suo piccolo, è uno di quelli.

Perciò sì: “prestativo” non esiste. Se si vuole scrivere bene, è giusto dirlo e spiegarlo. Ma se a pronunciarla è l’allenatore del Lecce, e se prima di lui la usava Baroni nell’anno della salvezza, allora per chi è scaramantico può anche valere come un buon segno. Linguisticamente sbagliata, magari. Calcisticamente, chissà.

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