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Pantaleo Corvino si guarda alle spalle e vede una lunga corsa. Una corsa fatta di intuizioni, sacrifici e risultati che hanno consentito al Lecce di consolidarsi in Serie A senza mai tradire la linea della sostenibilità. L'ex direttore sportivo giallorosso e della Fiorentina, intervenuto ai microfoni di Sky, ha aperto il cuore raccontando le difficoltà degli ultimi anni, il legame viscerale con la sua terra e la filosofia che lo ha reso uno dei dirigenti più apprezzati del calcio italiano.

La fatica di un'impresa costruita passo dopo passo

Corvino non nasconde il peso accumulato nel corso delle ultime stagioni, vissute sempre al massimo dell'intensità.

"Sento un po' di stanchezza, figlia degli anni di duro lavoro svolti a Lecce con un modello basato sulla sostenibilità, che rende tutto ancora più impegnativo. Raggiungere una promozione e conquistare quattro salvezze consecutive è stata una corsa a ostacoli che mi ha messo a dura prova".

Parole che raccontano meglio di qualsiasi numero la complessità di un progetto sportivo costruito senza spese folli, ma attraverso programmazione, idee e valorizzazione delle risorse.

Il sogno di una vita chiamato Lecce

Dietro il dirigente navigato c'è sempre stato il ragazzo che partiva dai campi della Terza Categoria con un obiettivo ben preciso nel cuore: lavorare per la squadra della propria città.

"Io sono un sognatore. Ho iniziato dalla Terza Categoria e ho sempre desiderato lavorare per il Lecce. Questo sogno l'ho realizzato con tenacia e ho voluto essere sincero nei confronti del territorio: continuando su questa strada, con la sostenibilità che il club giustamente vuole portare avanti, avrei pensato di poter deludere la mia gente".

Un passaggio che evidenzia tutto il senso di responsabilità avvertito da Corvino nei confronti di una piazza che considera casa sua. Nessun passo indietro improvvisato, ma una riflessione maturata con la consapevolezza di aver dato tutto.

Pantaleo Corvino

“Non sono un talent scout, sono uno scout del potenziale”

Se c'è un'etichetta che ha accompagnato Corvino per gran parte della sua carriera è quella di scopritore di talenti. Una definizione che il dirigente accetta solo in parte, preferendo una sfumatura diversa.

"Scovare il talento è facile. Mi ribello un po' quando mi definiscono un talent scout: quella per i giovani è una vocazione che porto sulla pelle. Il talento lo vedono tutti e tutti vorrebbero acquistarlo. Io mi sento piuttosto uno scout del potenziale, perché individuare le potenzialità è più rischioso. Quando vedo quei ragazzi trasformare il loro potenziale, perché individuare le potenzialità è più rischioso. Quando vedo quei ragazzi trasformare il loro potenziale in realtà e poi essere ceduti a certe cifre, mi sento davvero orgoglioso".

Una filosofia che spiega anche le importanti plusvalenze realizzate dal Lecce negli ultimi anni. Non soltanto la capacità di individuare giovani promettenti, ma soprattutto quella di riconoscere ciò che potrebbero diventare. È lì, secondo Corvino, che si nasconde la vera differenza tra osservare un talento e costruire un patrimonio tecnico ed economico.

Tra stanchezza, orgoglio e passione, il dirigente salentino lascia un messaggio chiaro: i risultati ottenuti non sono stati il frutto del caso, ma di una visione perseguita con ostinazione. La stessa che, partendo dalla Terza Categoria, gli ha permesso di trasformare un sogno in realtà.

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