Omicidio Tomeo, tre arresti a Copertino: la DDA ricostruisce il movente dell'agguato
In carcere tre persone accusate di omicidio e tentato omicidio aggravati dal metodo mafioso. Secondo gli investigatori il vero obiettivo era un'altra persona
Svolta nelle indagini sull'omicidio di Stefano Tomeo, ucciso l'11 aprile scorso a Copertino. Nelle prime ore di oggi i Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Gli indagati sono gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di omicidio e tentato omicidio in concorso, aggravati dalla premeditazione e dal metodo mafioso.
L'operazione è stata condotta con il supporto della Compagnia Carabinieri di Gallipoli, dello Squadrone Eliportato Cacciatori "Puglia" e del Nucleo Cinofili. Nell'ambito della stessa indagine sono stati inoltre denunciati in stato di libertà il 56enne sopravvissuto all'agguato, ritenuto responsabile di tentata estorsione, e altre due persone per favoreggiamento personale.
Il delitto davanti al circolo
Secondo la ricostruzione investigativa, Stefano Tomeo arrivò davanti al circolo ricreativo "The Club" a bordo dell'auto guidata da un amico di 56 anni. Dopo essere sceso dal veicolo fu raggiunto da un colpo d'arma da fuoco al petto che gli risultò fatale. Subito dopo l'attentatore esplose altri due colpi contro l'autovettura nel tentativo di colpire anche il conducente, che riuscì invece a mettersi in salvo.
Il vero obiettivo dell'agguato
L'attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha permesso di ricostruire non solo l'identità dei presunti responsabili ma anche il movente.
Secondo gli investigatori, il bersaglio principale non sarebbe stato Stefano Tomeo, bensì il 56enne che era con lui. Quest'ultimo, sempre secondo l'ipotesi accusatoria, avrebbe avanzato per mesi pretese economiche nei confronti di un infermiere di Copertino relative a presunte utenze non pagate dopo un contratto di locazione, arrivando a rivolgergli ripetute minacce di morte.
L'infermiere, esasperato dalla situazione, avrebbe quindi chiesto aiuto a un 61enne ritenuto storico esponente della Sacra Corona Unita, considerandolo l'unica persona in grado di fermare quelle intimidazioni. Da quel momento, secondo la Procura, sarebbe nato il piano culminato nell'agguato dell'11 aprile.
La pianificazione del delitto
Le indagini, sviluppate attraverso intercettazioni, analisi dei tabulati telefonici, accertamenti tecnici e l'esame di numerose immagini di videosorveglianza, hanno consentito di ricostruire le fasi preparatorie del delitto.
Gli investigatori ritengono che, poco prima dell'agguato, i tre arrestati si siano incontrati per definire gli ultimi dettagli. Successivamente il presunto autore materiale sarebbe tornato a casa per recuperare l'arma e si sarebbe appostato lungo il percorso che avrebbe seguito il 56enne, attirato sul posto da una telefonata dell'infermiere.
Contestato il metodo mafioso
Tra gli arrestati figura un 61enne, ritenuto storico esponente della Sacra Corona Unita e già condannato all'ergastolo nel secondo maxi processo contro l'organizzazione mafiosa salentina, che al momento dei fatti stava scontando la pena agli arresti domiciliari per motivi di salute. La Procura contesta l'aggravante del metodo mafioso, ritenendo che l'azione sia stata eseguita con finalità dimostrative e intimidatorie, in un contesto caratterizzato da omertà e assoggettamento.
Le ulteriori contestazioni
Nello stesso procedimento il 56enne sopravvissuto è stato denunciato per tentata estorsione, mentre il gestore del circolo "The Club" e un 29enne sono indagati per favoreggiamento personale, poiché avrebbero reso dichiarazioni ritenute reticenti o non veritiere nel corso delle indagini.
Come previsto dalla legge, il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e la responsabilità degli indagati dovrà essere accertata nel corso del processo, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

