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Il direttore sportivo del Lecce, Pantaleo Corvino, è stato protagonista di Storie di Serie A, format di Radio Serie A che racconta le storie dei personaggi che hanno lasciato un segno sul campionato di massima serie. 

Il direttore dell'area tecnica dei salentini ripercorre la sua carriera, dai campi di terza categoria fino alla Champions League, raccontando un modo completamente diverso di condurre le operazioni di mercato, senza smartphone e procuratori ed utilizzando “Il telefono di casa o con i gettoni telefonici quando si era fuori”. Si parla anche di pregi e difetti: “Il mio pregio? La tenacia, la voglia di credere in un sogno, coltivarlo e realizzarlo. Ho passione ancora oggi, cerco di esternarla con il mio difetto, ovvero sono più autentico possibile, oggi è un difetto in questo calcio".

Inevitabile la domanda sul suo rapporto con Serbia e Montenegro, paesi da cui il direttore vernolese ha acquistato numerosi campioni, da Vucinic a Jovetic, ma anche Nastasic, Vlahovic, Savic, Ljajić o Krstovic, “Il sindaco di Belgrado ha perorato la causa di farmi diventare cittadino onorario della città”, spiega. 

Poi una parentesi sul suo modus operandi, spesso criticato soprattutto in seguito alla vittoria della Primavera Lecce dello scudetto di categoria nel 2023 con 11 stranieri in campo: “Andare lontano è una virtù. Non vinci un campionato italiano se non hai potenzialità importanti” spiega Corvino. "L'arte del fare sta diventando un problema per gli altri, ma deve essere vista come una virtù, non si deve essere tacciati e unti come quelli che fanno dei danni andando a prendere gli stranieri”.

Tra i temi trattati, anche quello relativo al ruolo dei procuratori nel calcio moderno. Corvino, infatti, viene da un'epoca in cui per trattare si andava direttamente a casa della famiglia di un calciatore per conoscerla, mentre oggi i procuratori “La fanno da padroni. Avere una rete di rapporti basati su stima reciproca con tutti i procuratori credo sia molto importante per un direttore sportivo". Poi svela, "Avere un rapporto importante con il procuratore di Umtiti lo ha portato a Lecce, ad esempio”.

Nonostante un padre tifoso della Fiorentina e tanti anni fuori dal Salento, oggi il presente di Pantaleo Corvino è proprio il Lecce, squadra della sua terra che lo emoziona ancora: “Come posso non farlo? Lecce e il suo territorio sono le mie radici. Il suo popolo, la passione delle famiglie, dai grandi ai piccoli, verso la squadra. La loro passione è smisurata quanto il nostro impegno per cercare di non deluderli. Questo mi ha sempre dato quel fuoco dentro per dare sempre il massimo giorno dopo giorno”. 

Corvino, poi, ripercorre le tappe di questi sei anni dal suo ritorno, con un progetto tecnico nuovo, una squadra presa in B e riportata in A, uno scudetto Primavera ed un miglioramento graduale delle strutture e delle giovanili, ma parla anche della sua precedente esperienza in giallorosso, come la stagione 2004-05 quando il Lecce chiuse a 66 gol segnati, uno in meno della Juve capolista: “Un aneddoto che posso raccontare è che lì ebbi coraggio, sapendo di avere Vucinic, Bojinov e Konan, di prendere un tecnico che veniva da sette esoneri e che l'anno prima era retrocesso prima con l'Avellino (Zdenek Zeman, ndr)”.

Su cosa lo emoziona ancora, il direttore Corvino è sicuro: “Ho ancora tanti motivi che mi emozionano e mi stimolano per dare sempre di più: il vedere le famiglie allo stadio, i bambini con la maglia del Lecce a differenza di una volta quando tifavano per squadre di città lontane, il supporto dei tifosi che ti fermano per strada per incitarti. Siamo l'unica squadra del Sud a rappresentare la Serie A dopo il Napoli”. 

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