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DI DONATO FRANCESCO BIANCO

Nati per soffrire, si ma di cosa?

Scritto da Redazione  | 

Spesso nel calcio questa frase è fin troppo abusata. Nati per soffrire in uno sport che è passione, gioia e puro divertimento. Mi è capitato fino troppo spesso di leggere quest’affermazione dagli addetti ai lavori. Vorrei ricordare che “Nati per soffrire” vi è una resa incondizionata agli eventi. Si parte sconfitti in partenza e spesso risulta come una giustificazione degli obiettivi mancati. Mi è stato insegnato che chi nasce per soffrire è proclamato Santo ma poi nella società cattolica, è ricordato solo una volta l’anno.

Nel mondo del calcio, la vera sofferenza risiede negli scontri di gioco procurando infortuni seri e meno gravi. Mi piacerebbe, e uso il condizionale alquanto utopistico, che certe società, a tutti gli effetti aziende del mondo calcistico, dicessero che come aziendalisti, le sorti di una squadra sono legate prettamente ai bilanci. L’ascesa in serie A portano grossi profitti come le plusvalenze e incoraggiano la programmazione per continuare a resistere in uno sport predominato da sponsor e diritti televisivi.

Per lo stesso desiderio sopra citato, mi piacerebbe un giorno sentire da parte dei calciatori, dichiarazioni non più stereotipate. Ormai copia e in colla di tante ascoltate o lette in passato, esternando la propria felicità di indossare una maglia di calcio, di una squadra blasonata quale essa sia ma, che la stessa serve a loro come crescita professionale e nel raggiungere palcoscenici internazionali e di maggiore prestigio oltre che una maggiore retribuzione per una carriera come quella del calciatore fin troppo breve, sportivamente parlando.

Pure considerazioni utopistiche direte voi, lo penso anch’io ma in fondo, ogni tanto la verità non fa poi tanto male e il “Nato per soffrire” avrebbe una maggiore spiegazione logica in futuro per la pace dei sensi di società, calciatori e tifosi, questi ultimi, gli unici che da tale sport hanno solo uscite e non entrate monetarie. Chissà, forse come il mondo è cambiato con l’avvento del Covid, anche il calcio possa un domani avere una profonda trasformazione linguistica.


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