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IL PUNTO

La Salernitana in Serie A? Non con questa società. I problemi interpretativi della norma sulle multiproprietà

Scritto da Pierpaolo Verri  | 

L’obiettivo di questo articolo è quello di affrontare il tema delle multiproprietà nel mondo del calcio e, in particolar modo, in Italia, con un’analisi sull’attuale normativa vigente in materia.

Una frase molto in voga è la seguente: “La Salernitana non può andare in Serie A perché è di Lotito e Lotito è già presidente della Lazio”. Ebbene, non è così. La Salernitana, terza in classifica, a un punto di distanza dalla promozione diretta, può andare in Serie A. 

Tuttavia, può farlo ad una condizione. La squadra allenata da Fabrizio Castori, infatti, può ottenere la promozione sul campo ma, se così dovesse accadere, non potrebbe presentarsi al prossimo campionato di A con l’attuale assetto societario. Prima di approfondire la disamina sul tema, tuttavia, è opportuno rispondere a un quesito di partenza: chi è il proprietario della Salernitana? 

La U.S. Salernitana 1919 è una S.r.l. partecipata da due società: la Morgenstern S.r.l., amministrata da Marco Mezzaroma, cognato di Claudio Lotito, e la Omnia Service S.r.l., intestata a Enrico Lotito, figlio del presidente biancoceleste. L’assetto societario della società campana evidenzia la chiara riconducibilità della medesima a Lotito, già presidente della Lazio, il quale può legittimamente possedere anche la Salernitana grazie alla normativa federale in tema di multiproprietà delle società di calcio.

I testi normativi dai quali è opportuno prendere le mosse per lo sviluppo della riflessione sono due: l’art. 7 dello Statuto Federale della FIGC e l’art. 16-bis delle Norme Organizzative Interne Federali (c.d. NOIF). Ai sensi dell’art. 7, Statuto Federale, “non sono ammesse partecipazioni, gestioni o situazioni di controllo, in via diretta o indiretta, in più società del settore professionistico da parte del medesimo soggetto[…] nessuna società del settore professionistico può avere amministratori o dirigenti in comune con altra società dello stesso settore. Nessuna società del settore professionistico può avere collegamenti o accordi di collaborazione, non autorizzati dalla Lega competente e non comunicati alla FIGC con altra società partecipante allo stesso campionato”. Alla previsione dello Statuto Federale, si affianca quella dell’art. 16-bis delle NOIF, rubricato “Partecipazioni societarie”. Ai sensi del primo comma del menzionato articolo “Non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale”. Il successivo comma due, invece, arricchisce la disposizione, precisando che “un soggetto ha una posizione di controllo di una società o associazione sportiva quando allo stesso, ai suoi parenti o affini entro il quarto grado sono riconducibili, anche indirettamente, la maggioranza dei voti di organi decisionali ovvero un’influenza dominante in ragione di partecipazioni particolarmente qualificate o di particolari vincoli contrattuali”. Il concetto di influenza dominante, previsto dall’art. 16 bis delle NOIF deve poi, chiaramente, coordinarsi con il disposto codicistico sulle società controllate, ravvisabile nell’art. 2359 del codice civile.

Dal panorama normativo così ricostruito può ricavarsi con estrema evidenza come con l’assetto societario attuale la Salernitana non possa (eventualmente) presentarsi ai blocchi di partenza della prossima Serie A. Troverebbe, infatti, applicazione il terzo comma dell’art. 16-bis delle NOIF, secondo cui la società “oggetto di controllo” non sarebbe ammessa al “Campionato di competenza”. Il motivo dell’esclusione è presto detto: le norme dello Statuto Federale e del NOIF impediscono al medesimo soggetto di avere il controllo diretto o indiretto più società di calcio nello stesso campionato. Nel caso di specie, pertanto, Lotito non potrebbe essere presidente della Lazio e al tempo stesso avere il controllo sulla Salernitana.

Cosa accadrebbe, dunque, se la Salernitana dovesse andare in Serie A? 

La risposta è la seguente: troverebbe applicazione il quarto comma dell’art. 16-bis delle NOIF, ai sensi del quale: “Qualora sopravvengano situazioni tali da determinare in capo al medesimo soggetto situazioni di controllo diretto o indiretto in società della medesima categoria, i soggetti interessati dovranno darne immediata comunicazione alla FIGC e porvi termine entro i 30 giorni successivi”.

In tal modo, verrebbe assegnato un termine di 30 giorni per ridisegnare l’assetto della società controllata, la quale dovrebbe andare nelle mani di nuovo acquirente. Nel caso della Salernitana, pertanto, il connubio Mezzaroma-Lotito verrebbe meno e la società dovrebbe essere ceduta a un nuovo soggetto (o un gruppo di soggetti) in alcun modo riferibili, ai sensi della normativa vigente, al presidente della Lazio.

Il quarto comma dell’art. 16-bis, tuttavia, riporta una clausola generale la cui ampia interpretazione, in via ipotetica, potrebbe procurare il rischio di far “rientrare dalla finestra” la società “uscita dalla porta, volendo parafrasare il detto. È previsto, infatti, che “Non si dà luogo alle sanzioni di cui al comma 3 [fra le quali l’esclusione dal campionato, n.d.r.] qualora il controllo derivi […] da altri fatti non riconducibili alla volontà dei soggetti interessati”. Con una forzatura interpretativa, il fatto che una società controllata non dovesse riuscire a trovare nuovi acquirenti a cui cedere il pacchetto societario potrebbe, a tutti gli effetti, potersi considerare un fatto “non riconducibile alla volontà dei soggetti interessati”, ovvero i titolari della società stessa, i quali potrebbero, pertanto, da un lato restare proprietari della società e, dall’altro, non essere passibili di sanzioni. In sostanza vi è una norma che impedisce a un soggetto di detenere il controllo su più di un club nel medesimo campionato ma, al tempo stesso, nell’eventualità in cui l’assenza di nuovi acquirenti possa considerarsi un fatto non riconducibile alla volontà del controllante, potrebbe impedire l’applicazione della sanzione dell’esclusione dal campionato stesso. Il rischio di un cortocircuito è elevatissimo e un’applicazione eccessivamente estensiva, nei termini di cui si è detto, della clausola generale del comma 4 richiamato potrebbe portare a storture non di poco conto. Questo, al momento, potrebbe essere l’unico cavillo in grado di permettere (non senza molti dubbi interpretativi) alla Salernitana di mantenere il medesimo assetto societario anche nella massima categoria, generando così una situazione al limite del paradosso. 

Il quadro normativo italiano, nella parte in cui impedisce ad un solo centro di interessi di avere il controllo su più club dello stesso campionato, è in linea con quanto previsto a livello europeo. La questione delle multiproprietà nella stessa competizione è stata esaminata dalla UEFA nel 2017, quando alla Champions League 2017/18 si sono qualificate il Lipsia e il Salisburgo, entrambe società facenti capo al colosso Red Bull. La delicata questione è stata oggetto di indagine della Adjudicatory Chamber of the UEFA Club Financial Control Body, la quale ha dato il via libera alla partecipazione di entrambe le squadre alla manifestazione dopo aver verificato che i club avevano effettuato importanti cambiamenti a livello strutturale e di governance, che avevano avuto ad oggetto membri del CdA, aspetti finanziari e accordi di sponsorizzazione. Come riportato da Calcio e Finanza, in un articolo dell’11 dicembre 2017, la UEFA aveva rilevato come l’influenza della Red Bull sul Salisburgo si fosse notevolmente ridotta, grazie alla rimozione di persone legate a Red Bull dal CdA (fra le quali il presidente del CdA stesso), alla riduzione in termini di spazi e cifre dell’accordo di sponsorizzazione con il gigante delle bibite e alla risoluzione di diversi prestiti fra il club austriaco e quello tedesco.

A livello europeo, con riferimento alla Champions League, la norma che vieta le multiproprietà è l’art. 5 del Regolamento della competizione, rubricato “Integrità della competizione”, che di seguito si riporta integralmente (con apposita traduzione in italiano, l’originale è reperibile sul sito della UEFA in lingua inglese, n.d.r.): “Per garantire l'integrità delle competizioni UEFA per club, si applicano i seguenti criteri: A) Nessun club che partecipa a una competizione UEFA per club (ovvero UEFA Champions League e UEFA Europa League) può, direttamente o indirettamente: 1) Detenere o negoziare titoli o azioni di qualsiasi altro club che partecipa a una competizione UEFA per club; 2) Essere socio di qualsiasi altro club che partecipa a una competizione UEFA per club; 3) Essere coinvolto a qualsiasi titolo nella gestione, amministrazione e/o prestazione sportiva di qualsiasi altro club che partecipa a una competizione UEFA per club; 4) Avere qualsiasi potere nella gestione, amministrazione e/o prestazione sportiva di qualsiasi altro club che partecipa a una competizione UEFA per club. B) Nessuno può essere coinvolto contemporaneamente, direttamente o indirettamente, a qualsiasi titolo nella gestione, amministrazione e/o prestazione sportiva di più di un club che partecipa a una competizione UEFA per club. C) Nessuna persona fisica o giuridica può avere il controllo o l'influenza su più di un club che partecipa a una competizione UEFA per club. Tale controllo o influenza è definito in questo contesto come: 1) Detenere la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti; 2) Avere il diritto di nominare o revocare la maggioranza dei membri dell'organo amministrativo, direttivo o di controllo del club; 3) Essere un azionista e controllare da solo la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti ai sensi di un accordo stipulato con altri azionisti del club; 4) Essere in grado di esercitare con qualsiasi mezzo un'influenza determinante nel processo decisionale del club”.

Nel caso in cui due o più club non soddisfano i criteri elencati, soltanto uno di loro può essere ammesso alla competizione UEFA per club, in conformità a dei criteri predefiniti.

Questo, pertanto, è lo stato dell’arte dal punto di vista normativo, in Italia e in Europa, con gli eventuali scenari che potrebbero spalancarsi a seconda dei verdetti del campo. Tuttavia, non mancano le spinte riformiste sul tema della multiproprietà, un argomento di grande attualità nel mondo del calcio. Secondo un monitoraggio di Cies Sports Intelligence, sono in totale 33 i casi di multiproprietà nel mondo.

I casi “italiani”, oltre a quello di Lotito e del binomio Lazio-Salernitana, sono quelli della famiglia Pozzo, proprietaria dell’Udinese e del Watford in Inghilterra e della famiglia De Laurentiis, divisa fra Napoli e Bari. Chi investe in società fallite con l’obiettivo di riportarle sui grandi palcoscenici (è il caso di Lotito e De Laurentiis con, rispettivamente, Salernitana e Bari) ha tutto l’interesse a non vedere frustrate le proprie ambizioni di scalata delle categorie da un impianto normativo che impedisce a un medesimo soggetto di avere il controllo di uno o più club nello stesso campionato.

Modificare l’attuale assetto normativo, pertanto, è ben più di un’idea. Ad inizio ottobre dello scorso anno, si è svolto a Bari il 3° Meeting Nazionale AICAS (Associazione Italiana Commercialisti Azienda Sport), all’interno del quale si è tenuto un incontro denominato “La Multiproprietà dei club di calcio”. Oggetto della conferenza sono state anche le prospettive di modifica del menzionato art. 16-bis delle NOIF. In particolare, si è discusso della possibilità di aggiungere una proroga (che potrebbe essere di 30 o 60 giorni) al termine di 30 giorni (di cui si è in precedenza detto) per evitare l’esclusione dal campionato della società controllata. Di pari passo alla modifica dei termini, vi sarebbe anche “un’operazione di riduzione delle difficoltà legate alle operazioni di cessione delle quote e azioni dei club oggetto di multiproprietà, con eventuale intervento della FIGC nella ricerca di potenziali acquirenti” (come riportato da R. D’Angelo, in “La multiproprietà come nuovo modello di gestione sportiva”, in NT+ Diritto).

La questione è stata discussa, di recente, anche nel Consiglio direttivo della Lega B. Nel comunicato stampa della Lega n. 66 del 10 marzo 2021, si legge che, oltre alla crisi economica, ai rapporti fra leghe e ai diritti tv, “è stato affrontato il tema delle seconde squadre e delle multiproprietà: le commissioni competenti sono state incaricate di esaminare in modo esaustivo le relative fattispecie”. 

Gli indizi, insomma, lasciano intendere che si stia iniziando a lavorare per rivedere la regola che impedisce la multiproprietà nella medesima categoria.

CONSIDERAZIONI FINALI

Tirando le fila del discorso e giungendo alla conclusione dalla disamina, è opportuno effettuare alcune considerazioni. L’attuale regime normativo, che permette ad un soggetto di avere la gestione di più squadre in diverse categorie, risponde, di certo, all’esigenza di sfruttare la forza economica degli imprenditori per non “perdere” storiche piazze del panorama calcistico italiano. I vantaggi, per coloro che investono in più società sono molteplici, il più lampante è sicuramente rappresentato dai benefici procurati dal passaggio di calciatori fra squadra principale e squadra satellite. 

La possibilità per un singolo centro di interessi di essere proprietario di più squadre, tuttavia, comporta anche distorsioni di mercato di non scarsa rilevanza. Come osserva l’Avv. Alessandro Capuano, in una pubblicazione dal titolo “Le multiproprietà delle società professionistiche. Analisi della normativa e ipotesi di riforma del sistema”, deve rilevarsi che “l’acquisizione di più partecipazioni, anche in diversi campionati o anche a livello internazionale, può comportare la creazione di una posizione dominante, tale da turbare anche il libero mercato, contrastando così sia la normativa interna che quella europea”.

Ancor prima di prospettare ipotesi di riforma che permettano a un soggetto di avere la gestione diretta o indiretta di più club in un medesimo campionato, pertanto, vi è quindi da chiedersi se, a monte, un tale modello di gestione non sia foriero di distorsioni ben più evidenti rispetto ai vantaggi, di cui si è fatto brevemente cenno.

Quel che è certo è che un’ipotetica gestione di più società nello stesso campionato finirebbe per svilire il torneo stesso dal punto di vista sportivo, riducendo così la competizione a un gioco in cui gli interessi economici e societari finirebbero per prevalere su quelli prettamente calcistici. Ne farebbero le spese i tifosi, ne farebbe le spese l’intero sistema calcio.

 


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