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Siamo appena entrati nel girone di ritorno della stagione di Serie A e c'è un chiaro ed evidente difetto che accomuna le squadre della parte destra di classifica di cui, dopo svariate giornate, gli allenatori non riescono proprio a fare a meno: sostituire costantemente il miglior giocatore in campo.

La giustificazione è quasi sempre la stessa: gestione delle energie, prevenzione degli infortuni, lettura tattica della partita. Argomentazioni legittime, soprattutto in un campionato difficile come la Serie A, ma che troppo spesso si scontrano con la realtà del campo. Perché nel momento in cui una squadra medio-piccola riesce a tenere testa all’avversario, o addirittura a metterlo in difficoltà, togliere l’uomo più pericoloso significa rinunciare alla propria identità, al coraggio e al gioco.

È un copione che si ripete regolarmente: l’attaccante più ispirato, quello che tiene in apprensione la difesa avversaria, viene richiamato in panchina proprio quando la partita entra nella sua fase decisiva. Gli ultimi venti minuti, quelli in cui gli spazi si aprono, le marcature si allentano e l’episodio può spostare l’inerzia di una gara, diventano così un esercizio di resistenza piuttosto che di ambizione.

La giornata di campionato appena conclusa ci ha fornito esempi chiari e concreti.

Lecce-Parma, out Stulic

Le statistiche parlavano chiaro prima del fischio d'inizio: Lecce e Parma erano, e sono, i peggiori attacchi del campionato che si preparavano per affrontare una gara che valeva 6 punti.

La preparazione tattica di Di Francesco ha dominato per la prima ora di gioco: un gol da attaccante vero in avvio di Stulic che ha messo la gara dal primo minuto in discesa, buone trame di gioco, occasioni create, inserimenti offensivi e quasi zero occasioni concesse.

Tutto all'apparenza perfetto, ma è noto a tutti che il calcio è uno sport fatto di episodi che cambiano drasticamente il destino di un campionato. Quello di Lecce-Parma ha un nome e un minuto ben specifico: l'entrata killer di Banda ai danni di Delprato che ha lasciato i salentini in 10 uomini al 15 esimo minuto della ripresa.

L'impressione dal campo di qualsiasi tifoso, tesserato e membro della squadra giallorossa è stata subito chiara: il match era ormai compromesso.

Non perché il Parma sia più forte, anzi, il Lecce meritava certamente un risultato più ampio, ma in questi casi è la gestione mentale a fare la differenza. C'è solo un modo per evitare il tracollo: le sostituzioni dalla panchina dell'allenatore. E' proprio qui che il Lecce ha perso la partita.

L'attesa insensata prima di modificare il piano di gioco ha scombussolato nettamente gli equilibri della gara: la momentanea transizione di Kaba sulla fascia sinistra, per colmare il gap lasciato da Banda, è stato un chiaro ed evidente messaggio mandato alla squadra di Cuesta per insistere su quella zona del campo. 

Il risultato è stato veloce: prima l'ammonizione per il fallo dopo un dribbling ai danni del francese, che non ha come compito gestire le incursioni sulla fascia, e poi autogol propiziato da un cross teso e forte proveniente proprio dal punto in cui mancava la pressione dell'uomo espulso. Tutto questo prima di effettuare una sostituzione telefonata ed essenziale.

Al 64 esimo minuto il tabellino recita: Lecce 1 - Parma 1. E' proprio in questo momento, quando la squadra ha bisogno di rialzarsi, di provare a reagire alla batosta contro una formazione decisamente alla portata, che arriva la sostituzione necessaria fino a pochi giri di orologio prima ma che ora risultava effimera: out Stulic, dentro Gallo.

Ecco il punto della riflessione: la sostituzione dell'attaccante, di Stulic, che dopo mesi di difficoltà sembrava aver trovato finalmente i giri giusti e star giocando una gara ottima sotto ogni punto di vista, viene chiamato in panchina per passare ad un modulo di contenimento.

In quel momento agli uomini in campo arriva un segnale chiaro. Non avendo più un riferimento offensivo che gestisse le verticalizzazioni e propiziasse i contropiedi, ora la squadra si trova costretta a chiudersi e gli avversari a cercare il pallone giusto che prima o poi sarebbe finito in porta. Così è stato, Di Francesco prima, e il Lecce poi, hanno perso la partita.

Un caso comune: Verona, Cagliari e tante altre

La sostituzione dell'attaccante è un difetto che accomuna molte squadre di Serie A che puntualmente rinunciano al loro giocatore migliore per sorprendere le avversarie nei minuti finali, ma che non porta mai a un risultato positivo.

Il caso più eclatante è il Verona: ultimo in classifica alla pari del Pisa, la squadra di Zanetti fa un'enorme fatica a ottenere risultati nonostante l'ottima proposta offensiva.

I suoi due attaccanti, Gift Orban e Giovane, hanno realizzato insieme 8 reti e fornito 5 assist dei 15 gol complessivi realizzati dagli scaligeri in campionato. Quasi il 90% dei gol passa dalle loro giocate, ma puntualmente vengono sostituiti a metà secondo tempo da Sarr e Mosquera che, in due, non hanno mai partecipato ad azioni che portano al gol.

Si tratta di giocatori nettamente di qualità inferiore che tolgono minuti ad attaccanti forti e qualitativi che potrebbero aiutare il Verona a uscire dalla zona rossa, ma la classifica dice tutt'altro e forse l'allenatore dovrebbe rendersene conto.

Non solo il Verona: lunedì sera, nella gara tra Genoa e Cagliari, un vero e proprio scontro diretto, Pisacane decide di sostituire al 69 esimo minuto Sebastiano Esposito, di gran lunga il migliore dei suoi fino a quel momento, sul risultato di 1-0 per i padroni di casa. Le conseguenze sono emerse subito: Cagliari schiacciato nella propria metà campo, senza idee concrete di gioco sulla trequarti e punteggio finale che recita 3-0.

Altre situazioni simili se ne trovano a decine in questa prima fase di campionato: il Torino di Baroni che sistematicamente rinuncia a Che Adams e Simeone, il Sassuolo di Grosso, che non vince da 6 gare, sostituisce sempre il tridente titolare, e tante altre.

Di tutt'altro canto, squadre come l'Udinese, la Cremonese o il Parma, che non rinunciano mai ai loro bomber (Davis, Vardy, Pellegrino), in qualche modo riescono sempre nei finali di gara a trovare il guizzo giusto per mettere la palla in porta e fare punti decisivi per l'obiettivo salvezza.

La salvezza passa da scelte coraggiose

Il punto, allora, non è discutere le sostituzioni né ignorare le esigenze fisiche di una stagione lunga e complessa. Il punto è capire le necessità del campo e i momenti. Per squadre come il Lecce, ogni partita è una battaglia e ogni occasione pesa il doppio: rinunciare volontariamente al proprio uomo migliore significa spesso rinunciare anche alla possibilità di svoltare in un attimo la stagione.

La salvezza non passa solo dalla solidità difensiva o dalla capacità di soffrire, ma anche dal coraggio di restare fedeli a se stessi fino all’ultimo minuto. Tenere in campo il giocatore che può decidere la partita non è un azzardo, è una presa di responsabilità. Perché in Serie A, soprattutto per chi lotta nella parte destra della classifica, non è il rischio a condannarti, bensì la paura di osare.

 

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