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ESEMPIO

UNO, NESSUNO, BASCHIROTTO

Scritto da Andrea Sperti  | 

Io non ho talento. Non sono mai stato il più bravo in qualcosa. Tutto nella media, nella norma, come tanti altri. A calcio ero quello che sceglievi per terzo o quarto, che volevi in squadra perché sapeva come motivarti ma non come farti vincere. A scuola, invece, per la prof di latino e greco ero un voto, esattamente 7-. Non avevo nemmeno un nome ed un cognome probabilmente. Avrei potuto sapere tutto e decantare ogni declinazione a memoria. Avevo quell’etichetta addosso del “questo è e non può migliorare” e non sono mai riuscito a togliermela.

Federico Baschirotto ha talento. Fa strano quando nell’intervista rilasciata qualche giorno fa afferma il contrario. Signori, non scherziamo, non si arriva in Serie A per caso, perché se non si ha talento ci si ferma molto prima, in categorie nelle quali davvero contano solo tenacia e determinazione.

Lui, però, con quelle parole voleva mandare un messaggio forte e chiaro. Certamente non aveva il talento degli altri, quello benedetto dal destino, che non si ha bisogno di allenare, di limare, di perfezionare. Ha raccontato di notti insonni, ha parlato di lacrime nel chiuso della sua cameretta e di delusioni cocenti. Poi ha usato una parola. Tutto il fuoco che aveva dentro lo ha definito ossessione. Un termine che può avere un’accezione negativa o positiva ma che, in questo specifico caso, rende l’idea di quanto sacrificio ci sia dietro un successo.

Un giorno ha deciso dove voler arrivare. Ha tracciato una linea e segnato in rosso un obiettivo. La Serie A. Sembrava follia ma ha preferito non dirlo a nessuno, altrimenti qualcuno lo avrebbe potuto allontanare dal suo grande sogno. Ha lavorato, lo ha fatto più degli altri. Si è allenato quando i suoi compagni di squadra erano a riposo, ha spinto forte in ogni seduta d’allenamento ed ha scalato le categorie, rispondendo sul campo a tutti quei “non ce la farà mai”.

È arrivato a Lecce in Serie A tra i mugugni e le critiche di una piazza che a volte giudica prima di vedere. Ha preso il posto di Arturo Calabresi nel ruolo di terzino destro e qui il laterale ora al Pisa si è fatto amare talmente tanto, in così poco tempo, che non era assolutamente facile sostituirlo.

Poi, per una inspiegabile e forse anche fortunosa serie di eventi, qualche giorno prima della partita con l’Inter, la prima di campionato e la sua prima in assoluto nella massima serie, Marco Baroni lo ha provato al centro della difesa. Era un esperimento dettato soprattutto dall’emergenza di quei giorni. Al tecnico giallorosso è piaciuto subito il suo modo di difendere, la ricerca costante dell’anticipo mista alla capacità di recuperare anche avversari nettamente più veloci di lui.

Lo ha schierato contro l’Inter, per fronteggiare la coppia d’attacco più forte dell’intera Serie A composta da Lautaro Martinez e Lukaku, e da lì non lo ha più tolto. Baschirotto le ha giocate tutte. Tutte al massimo, tutte in piena trance agonistica, tutte con il sangue agli occhi e la fame di chi ha ricevuto troppe porte in faccia per lasciarsi sfuggire quell’occasione. Il classe ’96 ha disputato anche due gare da terzino, disimpegnandosi bene nel suo ruolo naturale sebbene ormai il centrale di difesa sembri il suo abito migliore.

Poi è arrivato un mercoledì di inizio novembre. Lecce-Atalanta. Federico è sceso in campo. Solita attenzione, solite chiusure, solita garra. Al minuto 28’, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, il pallone è arrivato preciso sulla sua testa. Fermate un attimo quel momento. Guardate la sua faccia. Prima di colpire sapeva già che il pallone sarebbe entrato. Prima di azzannare quella sfera stava già pensando a come esultare perché la sua vita è stata sempre così: guardare all’attimo successivo per vivere al massimo il presente.

Ha colpito, la palla è entrata ed i 30 secondi successivi sono stati di vuoto assoluto. È andato sotto la Nord, si è fatto tutto il campo per festeggiare con la sua gente. Chi lo aveva criticato solo 3 mesi prima in quel momento piangeva di gioia. E non era solo per il gol realizzato. La sua corsa era quella di tutti noi. Di chi sogna talmente tanto qualcosa da riuscire a realizzarla. Lo stadio è esploso, ha urlato il suo nome e lui ha mostrato i suoi muscoli all’intero Via Del Mare, quasi a dire “grazie a loro ho vissuto tutto questo”.

Un giorno qualcuno mi ha detto che sapevo scrivere. Niente di particolare, però riuscivo a trasmettere emozioni con le parole, a raccontare storie facendo vivere al lettore quello che stavo vivendo io mentre impugnavo la penna in mano. 
Un giorno qualcuno ha detto a Federico che non ce l’avrebbe mai fatta. Che la Serie A non era roba per lui, che il suo calcio si sarebbe fermato prima e che i suoi sogni si sarebbero scontrati con la dura realtà.

 Avrebbe potuto mollare eppure non lo ha fatto. Ecco perché è il nostro esempio, ecco perché è un giocatore da Lecce, ecco perché il Salento lo ama. Ecco, soprattutto perché, siamo tutti Federico Baschirotto.