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Claudio Fenucci, ex storico dirigente dell’Unione Sportiva Lecce, per festeggiare i suoi 63 anni ha rilasciato una lunga intervista al Corriere di Bologna, all’interno della quale ha ripercorso la sua lunga carriera.

Tra gli AD più vecchi ed importanti 

"Più che vecchio direi senatore. Sono il terzo come numero di campionati dopo Adriano Galliani e Beppe Marotta, ho iniziato ad ottobre 1996 e ho più di mille gare sofferte sugli spalti da dirigente. Questo, solo da amministratore delegato. Il mio esordio fu in Serie C, nella partita Lecce - Sora. La settimana successiva c'era il derby con il Casarano di Pantaleo Corvino"

Passaggio da una squadra all'altra  

“All'epoca lavoravo alla Banca del Salento. Ero considerato una sorta di enfant Prodige e mi occupavo di derivati. In ufficio, parlavamo spesso di calcio ed ero l'unico a capirci qualcosa davvero. Con il rapporto di fiducia che avevo creato con Semeraro e Moroni, essi decisero di nominarmi AD della squadra. Per qualche tempo ho gestito il doppio incarico, ma due anni dopo con un giovane Giampiero Ventura in panchina arrivammo in Serie A. Da lì mi sono dedicato soltanto al calcio, ma non fu una scelta facile. A conti fatti, lasciare la finanza per il calcio fu un azzardo”. 

Dagli esordi con il Lecce fino alla Roma

“Al Lecce trovai come direttore sportivo Mimmo Cataldo, che mi raccontava il calcio degli anni 80 fatto di furbizie e scaltrezze. Aveva portato il Lecce per la prima volta in Serie A. Quando arrivai era a fine carriera, ci aiutò. Un paio di anni più tardi prendemmo Corvino come responsabile del settore giovanile, già si intuivano le sue grandi doti da talent scout. Dopo una retrocessione gli affidammo la direzione del Club. Furono anni bellissimi. Poi il salto arrivò con la Roma. Arrivai a luglio con la compagine societaria ancora non chiara. C'eravamo io Sabatini a gestire un Club complesso, non erano chiare le risorse nè le strategie. Ma dopo tre anni, tornammo in Champions League”. 

Oggi c'è il Bologna 

“Sono passato al Bologna quando era in B. Questo è il nono anno, sono arrivato nel novembre 2014. La scelta di venire a Bologna non fu razionale. A Roma avevo un contratto ma c'erano rapporti interni complessi. A Bologna dissi sì per la voglia di fare una esperienza diversa. Come condizione, chiesi prima di incontrare Saputo. Mi fece subito una grande impressione dal punto di vista umano e come competenza nello sport business. Lì mi convinsi ad abbracciare l'avventura del Bologna”. 

I cambiamenti del calcio 

“A livello competitivo è peggiorato. Negli anni 90 la Serie A era quello che oggi è la Premier. I giocatori sono più professionali ma si sta perdendo umanità e rapporto con il territorio. Più del 65 percento dei minuti giocati in A sono di stranieri. Per certi versi, è anche stimolante e vario. Il Bologna è un esempio di come si possa creare armonia con differenti nazionalità. Il calcio è rimasto un gigantesco creatore di emozioni, oggi venduto come contenuto mediatico. Sì, è cresciuta la parte commerciale e gli sponsor, ma manca il pilastro degli stadi”.

Sulla Serie A 

"Tutti hanno perso posizioni rispetto alla Premier in termini di fatturato. Gli inglesi ci sono arrivati con un modello simile a quello americano, con ottimi stadi e centralità della Lega. Da noi manca una visione della Serie A come motore di sviluppo centrale del sistema. Diversi Club fanno fatica ad accettare il trasferimento della delega operativa e decisionale della Lega e questo comporta la mancanza di una strategia comune su media e digital. Però stiamo riguadagnando posizioni dal lato sportivo, lo dimostrano le Coppe. Stiamo ritrovando la capacità di atirare talenti stranieri, ma ora bisogna accelerare sugli stadi. Diventa difficile vendere un prodotto con un impianto brutto e vuoto. Come può tornare ad emergere la Serie A? La pressione sul calendario, per le tante competizioni, metterà in difficoltà i campionati nazionali e amplierà il gap tra chi partecipa alle coppe e chi no. In futuro il format della serie A cambierà con la riduzione a 18 squadre, oggi però c'è molto disordine, Fifa e Uefa continuano a creare nuovi eventi o ad ampliare quelli esistenti. Non c'è una visione di politica sportiva comune a livello europeo e così non si va da nessuna parte. Dobbiamo comunicare il nostro prodotto culturale nel suo insieme, non solo sul lato sportivo. La Lega Calcio deve diventare il vero imprenditore del sistema".

Sull'immagine della Serie A 

"L'immagine che il calcio italiano vende fuori è diversa da quella reale. La comunicazione è scomposta, ma ci sono dirigenti preparati ed un industria che fattura miliardi, con membri di grande competenza".

Sulle disparità tra grandi Club e piccoli. 

"Dalla legge Bosman in poi tutto ha favorito i grandi club, i giocatori e gli agenti: su 7 miliardi spesi per i trasferimenti nell'ultimo mercato, 650 milioni sono andati ai procuratori. Anche con modelli distribuitivi più equilibrati, la differenza che si è accumulata sul brand. Difficile recuperare. Solo partecipando alle coppe europee riesci a fare quel salto di competitività. Noi ora però dobbiamo pensare al Torino, andare avanti partita per partita. L'ambizione è fare bene proponendo un calcio che faccia divertire. Finora il lavoro di Motta ha prodotto grandi risultati in questo senso. Nel calcio è difficile avere crescite monotono. Abbiamo rinforzato la squadra, prevedere dove arriveremo è un gioco che non mi piace".

 

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