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Eusebio Di Francesco si presenta in sala stampa dopo lo 0-0 del Bentegodi con un copione ormai noto: il Lecce avrebbe dovuto essere più concreto, più lucido, più pulito negli ultimi metri. Il tecnico parte da lì, dal limite offensivo che continua a segnare la stagione giallorossa, e dice: “Dobbiamo essere più concreti. Nel primo tempo siamo stati sporchi nelle giocate, il Verona è una squadra di gamba che veniva da ottime prestazioni. Non siamo stati capaci di concretizzare, dovevamo essere più lucidi sotto porta. E' noioso ricordarlo, ma sappiamo che dobbiamo migliorarlo. L'aspetto positivo è che se finisse il campionato oggi saremmo salvi.”

È una dichiarazione che fotografa bene il problema, ma che allo stesso tempo rischia di suonare come una formula ripetuta. Di Francesco riconosce il difetto, lo nomina con precisione, ma non riesce ancora a far vedere una squadra che quel difetto lo corregga davvero. E infatti il passaggio più vero della sua risposta forse è proprio quello in cui ammette che è “noioso ricordarlo”: lo è per chi ascolta, ma soprattutto dovrebbe esserlo per chi da mesi prova senza riuscirci a cambiare l’inerzia offensiva della squadra. L’unico appiglio che resta è la classifica, quel “se finisse oggi saremmo salvi” che suona più come consolazione che come ambizione.

Sul ritorno di Camarda, Di Francesco prova a tenere insieme prudenza e apertura tattica: “Camarda ha fatto tre allenamenti rientrando da quattro mesi di stop, lui può trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Prima dell'infortunio ha giocato tanto, ha 18 anni e bisogna dargli il giusto peso, è una risorsa e lo terrò in considerazione. Cheddira è un giocatore che si può muovere con una prima punta, ha le caratteristiche per poterlo fare.”

Qui il discorso è più interessante, perché dentro queste parole c’è la conferma che il Lecce può cominciare a pensare anche a una soluzione con due attaccanti. Camarda viene descritto come un’arma utile, uno che può stare nel vivo dell’azione e comparire al posto giusto, ma senza caricarlo di responsabilità sproporzionate. È un ragionamento corretto, almeno sul piano della gestione del ragazzo. Più significativa ancora è l’apertura finale su Cheddira, che sembra quasi preparare un’alternativa tattica da usare in corsa o magari anche più stabilmente. Il punto, però, è sempre lo stesso: le idee arrivano, ma spesso tardi. E in una squadra che segna poco, ogni riferimento offensivo in più andrebbe probabilmente sfruttato con meno timidezza.

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Quando si passa alle motivazioni, Di Francesco difende l’atteggiamento della squadra, pur ammettendo che non tutti hanno reagito allo stesso modo al peso della gara: “Ci stiamo giocando la salvezza, siamo in ritiro da martedì per provare a portare a casa i tre punti, poi le partite hanno gli episodi. Queste partite i calciatori le vivono con grande intensità, poi c'è chi le subisce e chi le aggredisce, qualcuno di noi l'ha subita, ma a priori non lo posso sapere. Oggi c'era grande voglia di portare a casa i tre punti.”

È una risposta che prova a proteggere il gruppo, ma che contiene anche un’ammissione piuttosto pesante. Quando l’allenatore dice che qualcuno l’ha subita, sta dicendo che una parte della squadra non è riuscita a reggere il peso emotivo della partita. E qui si apre il nodo vero: se non lo puoi sapere prima, dovresti almeno riuscire a correggerlo durante. Invece il Lecce del primo tempo è sembrato proprio una squadra che quella partita l’ha subita, nei ritmi, negli appoggi, nella pressione, nella personalità. La “grande voglia” evocata da Di Francesco, insomma, non si è vista con la continuità che serviva. O meglio: può anche esserci stata interiormente, ma sul campo si è tradotta poco.

Sulla fase difensiva, invece, il tecnico si sbilancia in positivo e individua due nomi precisi: “Se devo fare i complimenti alla squadra i primi due sono Jean e Siebert. Jean ha dimostrato di essere un giocatore affidabile. Hanno retto alla grande, soprattutto nel primo tempo.”

Qui il commento è abbastanza lineare: è probabilmente il pezzo più convincente della sua conferenza. Perché il Lecce, soprattutto nella prima parte di gara, ha dato la sensazione di restare in piedi più per la tenuta di alcuni singoli dietro che per una reale solidità collettiva. Jean e Siebert vengono premiati per aver retto dentro una gara sporca, e il riconoscimento è coerente con quanto visto. Il problema è che, se i primi complimenti vanno alla difesa in una partita che dovevi provare a vincere, significa che ancora una volta il Lecce ha costruito la propria prestazione più sulla resistenza che sulla proposta.

Infine, Di Francesco spende parole di rispetto per il Verona e quasi ne rivaluta il campionato: “Pensavo che il Verona potesse giocarsela con noi fino alla fine, la classifica mi meraviglia. Ho visto tutte le partite del Verona, contro Milan e Fiorentina ha avuto 4/5 palle gol. Credo che avrebbe meritato molto più di quello che ha raccolto.”

È un giudizio che da una parte restituisce valore all’avversario, dall’altra però finisce anche per spiegare indirettamente perché il Lecce abbia faticato così tanto. Di Francesco racconta un Verona migliore di quanto dica la classifica, e probabilmente non ha torto. Ma il punto, per il Lecce, resta un altro: capire se quella difficoltà nasce dalla forza dell’avversario o dall’ennesima incapacità giallorossa di interpretare bene una gara decisiva. Perché riconoscere i meriti del Verona è giusto, ma non può diventare un alibi per un Lecce che ancora una volta, almeno per lunghi tratti, ha dato l’impressione di non sapere bene come andarsi a prendere la partita.

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