Giro d’Italia 2019, o meglio, Giro dell’Italia a metà

È degli ultimi giorni la notizia della presentazione del percorso del Giro d’Italia 2019. O meglio, del Giro dell’Italia a metà.

La cartina col tracciato della storica corsa rosa infatti lascia poco spazio alle interpretazioni: sud e isole sono praticamente assenti nella gara ciclistica più importante a livello nazionale e fra le più seguite al mondo, i punti più a meridione della penisola italiana che verranno toccati dal Giro sono Terracina e San Giovanni Rotondo, arrivi, rispettivamente della quinta e della sesta tappa. Mancano all’appello le regioni della Campania, della Basilicata e della Calabria, oltre alle due isole, Sicilia e Sardegna.

Che il nord venga privilegiato dal Giro è un po’ il segreto di Pulcinella ed è un fatto che non deve neanche far stupire più di tanto. Il maggiore spettacolo la corsa rosa infatti lo offrono la seconda e terza settimana di gara, quando diventano protagonisti della gara le asperità di Dolomiti e Alpi sulle quali gli scalatori si contendono la gloriosa maglia rosa, simbolo del primato. Il sud, fra strade dissestate che andrebbero rifatte in vista della corsa e problemi logistici dovuti agli spostamenti fra una tappa e l’altra, molto spesso non è adatto alle esigenze dell’enorme macchina organizzativa del Giro. Ma c’è dell’altro.

Dietro il disegno del percorso della corsa rosa ci sono, infatti, ingenti interessi economici. Il Giro d’Italia, stando ai dati riportati da businessinsider.com, ha fatturato nel 2017 ben 35 milioni di euro, una cifra derivante dai diritti televisivi italiani ed esteri, dalle tappe e dagli sponsor. L’obiettivo di Urbano Cairo, presidente di RCS che cura l’organizzazione dell’evento, è quello di provare ad avvicinare il fatturato del Giro a quello della corsa principe fra tutti i grandi giri, il Tour de France, attorno al quale ruota un giro di affari per una cifra che si attesta attorno ai 150 milioni di euro. Cifre importanti, come quelle che vengono peraltro richieste alle città per ospitare la partenza o l’arrivo di una tappa del Giro, ed è questo il motivo per cui sempre più frequentemente negli ultimi anni si è assistito alla partenza della corsa rosa da località estere. “Ma come? Si chiama Giro d’Italia e parte dall’estero?” Sì, e non c’è da stupirsene se si pensa che Israele, per ospitare a Gerusalemme la prima tappa del Giro 2018 ha sborsato una cifra pari a circa 4 milioni di euro. Perché spendere una somma così ingente? Semplice, la partenza del Giro d’Italia rappresenta una vetrina eccezionale per sponsorizzare il territorio e per la produzione di ricavi. Ne sa qualcosa Lecce, che nel 2003 ha avuto il privilegio di ospitare la prima tappa del Giro n°86, in una frazione nella quale Lecce era sede di partenza ed anche d’arrivo: nel mezzo, 201 Km immersi negli splendidi paesaggi di quel Salento d’amare, slogan ideato dalla Provincia per promuovere il turismo e la cultura del territorio, che campeggiava in quegli anni anche sulle maglie dell’U.S. Lecce.

Il Giro d’Italia, quindi, è un business in grado di smuovere cifre importanti, come le 500 mila euro richieste a Matera per ospitare una tappa della corsa nel 2019. Sarebbe stato un bel modo per omaggiare la capitale della cultura, ma la richiesta di mezzo milione di euro è apparsa troppo onerosa alla città dei sassiche si è vista costretta a tirarsi indietro. Ed è questa un’altra differenza sostanziale fra il Giro d’Italia ed il Tour de France: mentre in Francia vi è un tariffario standard per le città che vogliono ospitare una frazione de “la grande boucle” (65 mila euro per la partenza, 110 mila euro per l’arrivo), in Italia è tutto affidato alla contrattazione privata. Ed è evidente, pertanto, come, dinanzi a cifre di un certo rilievo, qui al sud molte città facciano fatica a rientrare nei parametri economici richiesti per far parte del percorso della corsa rosa.

Analizzando i percorsi degli ultimi dieci anni si evince come tutto sommato il Giro, anche se a correnti alterne, si sia tutto sommato mosso piuttosto costantemente verso il sud, e che l’edizione 2019 sarà certamente la “meno meridionale” degli ultimi anni. Prendendo in considerazione le edizioni dal 2008 al 2018, troviamo infatti una partenza da Palermo (2008), una da Napoli (2013) ed una da Alghero in Sardegna (2017). La Puglia è stata interessata in particolar modo nel 2014 con Taranto e Bari e nel 2017 con un arrivo di tappa ad Alberobello. La Sicilia è stata protagonista delle edizioni 2011 e 2017 con due arrivi di tappa sullo spettacolare scenario dell’Etna. Anche la Calabria si è ritagliata alcuni spazi negli ultimi anni, soprattutto nel 2013 e nel 2016 con la tappa Catanzaro-Praia a Mare. Matera, che, come detto, ha declinato la disponibilità per il prossimo anno, invece è stata sede di tappa nel 2013. Di anno in anno, al netto delle difficoltà logistiche di cui si è accennato di una corsa che, per forza di cose, deve corrersi soprattutto al nord Italia, il Giro ha sempre cercato di toccare tutti i punti della penisola, ma mai come nel percorso che vedremo il prossimo anno il meridione è stato così tagliato fuori.

È evidentemente un gran peccato, considerando gli splendidi paesaggi che il mezzogiorno d’Italia è in grado di offrire e che grazie alla corsa rosa avrebbero visibilità globale. Una considerazione “romantica” però sorge spontanea: l’impressione è che il Giro, inseguendo obiettivi economici di fatturato, possa rischiare di mettere al primo posto il denaro a discapito della passione dei tifosi. Perché vedere l’Italia tagliata in due nella cartina del Giro 2019, fa davvero male a chi crede che una manifestazione così blasonata, in grado di coinvolgere tanti tifosi di ogni età per le strade che in occasione del passaggio della carovana si trasformano in stadi a cielo aperto, sia un’occasione perfetta per provare a riunire la penisola italica in nome di una passione comune, e non a dividerla in virtù di logiche finanziarie.