Intervista a Vanoli: tutto su Roma-Lecce del 1986, Maradona, Jurlano e Barbas (1^Parte)

Rodolfo Vanoli

Sono passati 30 anni dal famoso Roma-Lecce 2-3, una partita entrata nella storia del calcio italiano e non solo. Una partita entrata ormai nel linguaggio calcistico quando si vuol parlare di qualcosa di clamoroso e inaspettato. Dove con furbizia, lavoro e abnegazione Davide può battere Golia non solo nella mitologia ma anche nella realtà, su di un rettangolo verde. Ne parliamo con Rodolfo Vanoli, storico terzino del Lecce per sei stagioni, dal dicembre 1983 al giugno 1989, che quel giorno era in campo.

20 APRILE 1986, ROMA-LECCE 2-3. LEI ERA IN CAMPO QUEL GIORNO, COSA RICORDA DI QUELLA PARTITA?

Penso che da quel giorno sono diventato anche tifoso della Roma vedendo la gente di fede romanista piangere perché avevano praticamente perso il campionato. Mi ricordo che nel girone di andata erano partiti con la vittoria in casa da noi (0-3 ndr) e da lì avevano fatto una serie di risultati incredibili arrivando a giocarsi il campionato contro la Juventus. Oggi, dalla mia esperienza, posso dire che se fossi stato quel giorno un giocatore della Roma mi sarei comportato in maniera diversa, sicuramente con molta meno spavalderia. Alcuni giocatori facevano “pesare” la loro forza, il loro blasone”.

MA VI ASPETTAVATE DI POTER VINCERE?

Noi scendevamo sempre in campo per vincere,le nostre erano sempre prestazioni importanti.Non avevamo paura di nessuno,si andava a fare la partita, Milan o Inter che fosse, sempre nello stesso modo. Era il nostro calcio, lo chiamavano il “casino organizzato” perché si correva tanto e non c’erano quegli accorgimenti tattici che oggi possono condizionare la velocità di esecuzione della partita. Si andava a mille all’ora su tutte le palle, un po’ come il calcio inglese, e siccome in quel periodo eravamo ben allenati mettevamo in difficoltà chiunque. Roma-Lecce, in particolare, è stata una partita dove ci hanno fatto giocare a calcio, non ci hanno penalizzato e il Lecce ha fatto vedere i suoi valori perché aveva dei giovani interessanti e poi degli ottimi stranieri, come Barbas e Pasculli, che poi tra l’altro uno ha vinto un Mondiale (Pasculli ndr)”.

PIU’ IN GENERALE COSA RICORDA DI QUEL SUO PRIMO CAMPIONATO DI SERIE A?

Di quella annata non ho dei bellissimi ricordi anche perché in quel periodo eravamo abituati a vincere i campionati e nonostante tanti sacrifici, dopo un solo anno, eravamo retrocessi. Per uno che vive di calcio come me, che cerca sempre di ottenere dei risultati non fu certo piacevole.Purtroppo fu un’annata travagliata dove retrocedemmo non soltanto per nostre mancanze tecniche o tattiche ma anche perché ci furono degli arbitraggi, che a distanza di tutti questi anni, posso tranquillamente dire che ci hanno molto penalizzato. Forse anche perché il Presidente Jurlano, in quel primo anno di Serie A, non era tanto simpatico alla gente che contava. Penso sia brutto da ricordare però, al contempo, è giusto da far presente perché quell’anno il Lecce non meritava una retrocessione così”.

A PROPOSITO DEL PRESIDENTE, CHE TIPO ERA FRANCO JURLANO?

Il Presidente Jurlano era una persona meravigliosa. Mi ricordo la prima volta che lo incontrai, ero stato appena acquistato dalla Pro Patria dopo la famosa tragedia dei grandi Lorusso e Pezzella.Quando mi guardò in faccia chiese con la sua inconfondibile voce:<< Ma ci è quistu?>> (Chi è questo?, ndr). Io ero giovane e ciò mi fece un po’ paura ed invece si rivelò una persona incredibile, molto umana, un finto burbero. Lui e Cataldo avevano creato una famiglia e non a caso in quegli anni siamo riusciti a fare tanti risultati importanti. Per me sono stati gli innovatori del calcio degli anni ’80 anche grazieall’avvento di Fascetti e di due grandi preparatori come Roberto Sassi e Massimo Neri, che non a caso sono arrivati ai vertici del calcio italiano e mondiale. Questo vuol dire che si era un passo avanti rispetto agli altri”.

UN CERTO DIEGO ARMANDO MARADONA, DOPO UN NAPOLI-LECCE, DISSE DI LEI: “QUEL RAGAZZO HA UNA CARRIERA IMPORTANTE DAVANTI A SE’. MI HA INFASTIDITO MOLTO E L’HA POTUTO FARE GRAZIE AL SUO FISICO CHE LASCIA BEN SPERARE. SUL PIANO TECNICO DEVE MIGLIORARE UN TANTINO, MA DI VANOLI SENTIREMO PARLARE ANCORA PER MOLTO

Si, mi ricordo. Fu un grande complimento da parte di Diego che mi fece naturalmente molto piacere. Lui la settimana prima di incontrare noi, aveva giocato contro la Sampdoria, a marcarlo c’era Vierchowod che gli fece anche male. Anche io ero abbastanza pesante però ho sempre avuto rispetto dei grandi campioni, non giocavo mai per far male agli avversari. Quando non riuscivo a fermarli con la tecnica o la forza ovviamente dovevo intervenire con altre qualità però sempre in modo corretto”.

MA MARADONA E’ STATO DAVVERO IL PIU’ FORTE DI TUTTI I TEMPI?

In quegli anni ci sono stati tanti giocatori forti. Diego, ovviamente, lo conoscono tutti, però mi ricordo anche dei vari Van Basten, Gullit, il “Cholo” Simeone e Kieft a Pisa, Laudrup, Rumenigge, Elkjaer e Briegel del Verona e poi Platini, anche se quest’ultimo non mi era molto simpatico perché aveva un modo di fare irriverente. Erano comunque anni diversi, ora, invece, arriva di tutto.Io lo chiamo il “mercato del pesce”, non è più il mercato del calcio,su dieci giocatori stranieri che arrivano in Serie A soltanto uno è buono mentre gli altri sono al seguito di chissà quali operazioni.Così facendo hanno rovinato il calcio in Italia ed anche la Nazionale ne risente.Lo dico anche dalla mia esperienza di allenatore perché ora so cosa vuol dire la gestione di un club. I giovani non riescono a trovare spazio perché è tutto occupato dagli stranieri e questo non è assolutamente una cosa bella. Sono anni che sento dire che bisogna rilanciare il settore giovanile ma è solo una moda, nessuno ci crede veramente. Io cinque anni fa ho allenato la “Primavera” dell’Udinese e siamo stati, penso, i primi innovatori nel fare l’Accademy”.

COSA PENSA DEL SETTORE GIOVANILE DEL LECCE IN CUI ALLENANO I SUOI EX COMPAGNI LUPERTO E MORELLO?

In questi giorni sono stato a Lecce e, oltre a seguire la prima squadra, ho seguito anche il lavoro del Settore Giovanile. Devo fare i miei più sinceri complimenti perché stanno facendo davvero un bellissimo lavoro”.

RITORNANDO AI SUOI ANNI NEL SALENTO, CHI E’ STATO IL COMPAGNO CON CUI AVEVA LEGATO DI PIU’?

Dico sicuramente Ezio Rossi anche perché abbiamo condiviso l’appartamento per due anni. Ezio è stato il mio fratello maggiore, mi ha aiutato tanto. Io, tra l’altro, ero un giovane abbastanza ribelle, uno spirito libero. A tal proposito ricordo sempre che quando arrivavo al campo di allenamento al mattino Fascetti poggiava sempre la mano sul cofano della mia auto. Mi son chiesto sempre il perché fino a quando un giorno, i miei compagni mi dissero che lui controllava se il motore della macchina era molto caldo. Se lo era vuol dire che arrivavo da Bari e che avevo fatto molto tardi la sera visto che abitavo solo un chilometro dal campo (ride, ndr)”.

ERAVATE UN GRUPPO MOLTO UNITO…

Si, c’era un gruppo storico e poi tanti giovani come Checco Moriero, Antonio Conte Garzya, Morello, Monaco, tutti loro li ho cresciuto io. C’era veramente un’atmosfera bellissima, una sana rivalità. Tutti volevano giocare ma non c’era invidia tra di noi, anzi eravamo sempre pronti ad aiutarci, nessuno poteva toccare uno di noi. Ad esempio mi ricordo che durante una partita contro il Napoli, in Coppa Italia, Celestini fece male a Paciocco. Finita la partita tutti noi siamo partiti nel tunnel per cercare appunto Celestini. Quelli del Napoli son scappati tutti mentre noi eravamo in dieci. Tutto questo perché noi eravamo il Lecce e nessuno poteva toccare un nostro compagno”.

CHI E’ STATO IL COMPAGNO PIU’ FORTE AVUTO A LECCE?

Senza far torti a nessuno dico Beto Barbas, aveva sicuramente un qualcosa in più rispetto agli altri. Però era un Lecce, specialmente quello del 1989, talmente forte e bello che son convinto che se ci avessero lasciato insieme ancora un altro anno tutti assieme avremmo fatto grandi cose. Qualcuno di noi, anche per ragioni di bilancio, fu ceduto come Marco Baroni al Napoli mentre io andai all’Udinese. Tra l’altro non volevo  spostarmi da Lecce, non mi interessavano i soldi anche se all’Udinese avrei poi guadagnato il triplo. Lecce era, ed è tutt’ora, casa mia. Difatti certe prestazioni che ho fatto in maglia giallorossa non le ho più ripetute nel corso della mia carriera perché il Lecce è come una donna: ne puoi amare una nella vita, non ne puoi amare dieci”.

FINE PRIMA PARTE – APPUNTAMENTO A DOMANI CON LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA. DA NON PERDERE…